Cronaca

Crepet sbaglia: per i criminali serve il carcere. Punto

L'aggressione di Milano al 22enne bocconiano. Pensare di "rieducare" quei ragazzi con un po' di lavori utili è sconcertante

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Il celebre psichiatra e sociologo Paolo Crepet viene spesso interpellato quando ci si trova di fronte ad alcuni eventi criminali riguardanti le fasce più giovani della popolazione. E proprio in merito ad uno di questi avvenuto a Milano, il grave accoltellamento di 22enne bocconiano da parte di un branco di cinque giovani delinquenti, l’ottimo Giuseppe Rinaldi, nel corso del suo programma pomeridiano in onda su La7, gli ha posto alcune domande, con lo scopo di approfondire il tema della violenza giovanile. Un fenomeno che sembra stia crescendo sia in quantità che in qualità, come dimostra il grave fatto avvenuto nel capoluogo lombardo.

Ebbene, in estrema sintesi, ciò che ho ascoltato mi è parso a dir poco sconcertante, soprattutto in merito alla evidente contraddizione in termini in cui sembra miseramente scivolato il famoso studioso della psiche umana. In sostanza, dopo ad aver sinteticamente messo in relazione questo tipo di diffusa devianza giovanile che una società del benessere che, per tutta una serie di ragioni, tende a responsabilizzare le nuove generazioni (relazione che già il grande pensatore spagnolo Ortega y Gasset aveva colto circa un secolo fa, teorizzando l’invasione verticale dei nuovi barbari, ossia individui cresciuti nell’ambito delle società moderne), sul caso in oggetto ha dichiarato testualmente: “io sarei severissimo”.

A questo punto l’attento e preoccupato ascoltatore avrà pensato che Crepet si riferisse ad una adeguata punizione che prevedesse come strumento di correzione il carcere. Niente di tutto questo. Alla precisa domanda postagli dal conduttore in merito all’efficacia anche rieducativa della prigione, Crepet si è detto abbastanza contrario, riferendo ciò che accadde nel 2017, in quel di Verona, ad un clochard che dormiva su una panchina a cui, per puro divertimento, alcuni minorenni dettero fuoco, provocandone la morte. In quel frangente lo psichiatra dichiarò che sarebbe stato più utile far stare per molti mesi i giovani autori del crimine in un reparto di grandi ustionati. Tutto questo al fine da far sviluppare un sentimento di empatia nei riguardi delle persone sofferenti.

In questo senso, ha aggiunto, la stessa ricetta dovrebbe applicata ai cinque ragazzi che hanno praticamente reso invalido la loro vittima, costringendoli ad operare come assistenti nello stesso reparto in cui quest’ultimo è ricoverato. “Ma sono sicuro che questo non avverrà”, ha poi concluso. Va inoltre precisato che il conduttore, piuttosto imbarazzato di fronte a queste affermazioni, ha manifestato un certo scetticismo.

Inoltre stiamo parlando di tre diciassettenni, che la legge considera adolescenti emancipati, e due diciottenni, che votano e godono di tutti i diritti e i doveri degli individui adulti appartenenti ad una comunità democratica, oltre al fatto di appartenere a famiglie relativamente benestanti e che, per questo, dovrebbero aver usufruito di tutti i necessari strumenti per una adeguata socializzazione, scuola compresa.

E se tutto questo non è stato sufficiente per porre loro dei limiti nella loro struttura psicologica – mi riferisco al senso di colpa e al timore delle conseguenze di un atto criminale – non vedo cosa altro possiamo fare, oltre ad una giusta condanna detentiva, per riportarli sulla strada della civiltà.

Claudio Romiti, 25 novembre 2025

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