Cronaca

Cronaca del fallimento della scuola italiana

Cosa ci insegna il caso di Treviso, dove una maestra s'è detta"stufa" di correggere gli errori di un alunno

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Talvolta è troppo, ma assai spesso è troppo poco. La scuola italiana fatica dannatamente a trovare le mezze misure e a fornire ai giovani gli strumenti necessari per affrontare le complesse sfide della vita, siano esse formative, lavorative, affettive, relazionali. I motivi sono presto detti, e attengono prevalentemente al mutato approccio delle istituzioni scolastiche nei confronti degli studenti, ora per ragioni di carattere ideologico, ora per mere esigenze di “sopravvivenza”, nonché al venir meno del cosiddetto patto educativo di corresponsabilità tra scuole, studenti e famiglie.

Da un lato, c’è il buonismo dilagante che conduce troppo spesso a un’eccessiva tutela dei giovani, oltremodo coccolati tanto all’interno delle aule scolastiche, quanto tra le mura domestiche. Dall’altro, si prefigura la necessità, da parte degli istituti scolastici, specie se sottodimensionati, di non andare al di sotto di una certa “soglia critica” di iscritti, situazione che potrebbe comportare, in taluni casi, anche la perdita dell’autonomia scolastica. Risultato: abbassamento al minimo sindacale (e anche oltre) delle richieste e dei carichi di lavoro, inesorabile crollo delle competenze, mancato riconoscimento del merito, totale appiattimento culturale. In una sola espressione: livellamento verso il basso, per di più favorito dalla colpevole connivenza di scuole e famiglie.

Per meglio comprendere lo stato di deterioramento del patto di corresponsabilità, si guardi, a titolo d’esempio, a quanto accaduto recentemente in una scuola primaria della provincia di Treviso. Di fronte all’ennesimo errore grammaticale l’insegnante sbotta e si trova ad annotare sul quaderno dello studente: “Sinceramente sono stufa di correggere innumerevoli verifiche scritte con i piedi, piene zeppe di errori ortografici gravi e di inesattezze. Se la tua idea è di continuare così, per me puoi stare a casa!”.

Una reazione che ha immediatamente scatenato l’indignazione dei genitori dell’alunno, i quali, non hanno perso l’occasione per manifestare tutto il loro dissenso portandolo tempestivamente all’attenzione del dirigente scolastico: “Siamo i genitori di un alunno e ci siamo dovuti nostro malgrado scontrare con una metodologia di insegnamento che ricorda i racconti dei nostri nonni, quando i maestri bacchettavano i bambini o li facevano sedere sui ceci. A nostro figlio è toccata la punizione fisica (stai in piedi lì all’angolo in corridoio e non fai più ricreazione), e psicologica (se sbagli ancora non ti faccio fare la presentazione alla recita di fine anno)”.

Morale: al dirigente dell’istituto in questione è toccato l’ingrato compito di smorzare gli animi nel tentativo di attenuare la ferma indignazione dei genitori e fare rientrare così il problema. Una mediazione che, tuttavia, ha parzialmente sortito gli effetti sperati, permettendo allo studente di portare a termine l’anno scolastico in corso, ormai prossimo al termine, ma non di iniziare quello successivo, dal momento in cui, a partire dalle scuole medie, la famiglia iscriverà l’alunno in un altro istituto. Una deriva, questa, divenuta (purtroppo) assai comune in molte istituti scolastici del Belpaese, che mette in risalto l’evidente concorso di colpa di scuole e famiglie, istituzioni ambedue responsabili del deficit educazionale troppo spesso palesato dai giovani studenti italiani.

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Se da un lato, come nel caso ad oggetto, c’è un istituto che, nella persona del docente, pretende di correggere lo studente solo nella fase conclusiva del suo percorso, dopo aver colpevolmente “tollerato” le carenze grammaticali (e non solo) evidenziate dall’alunno durante l’intero ciclo d’istruzione, dall’altro ci sono dei genitori che vivono il rimprovero (in tal caso probabilmente eccessivo) alla stregua di un torto, non curandosi tuttavia delle preoccupanti lacune fatte registrare dal loro figlio. In entrambi i casi, inutile girarci intorno, a pagare il prezzo degli errori di docenti e genitori sarà sempre e comunque lo studente, costretto, presto o tardi, a doversi scontrare con la cruda realtà una volta venuta meno quell’illusoria cappa protettiva creata ad arte dagli adulti, figlia dell’imperversante buonismo dei giorni nostri.

Salvatore Di Bartolo, 9 giugno 2025

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