Giustizia

Garlasco, che pagliacciata: i reperti sono spariti

Quanto sta accadendo in relazione all'omicidio di Chiara Poggi non sorprende: c'è una tradizione sconfinata di prove svanite

garlasco Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI
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È un tramonto di quasi primavera nell’aria già imbrunita di un sabato sera. Cinque, otto, dieci colpi di pistola come petardi e due figure magre, acerbe, si contorcono, cadono sul selciato. Sono Fausto e Iaio, i due del Leoncavallo, fatti fuori con ogni probabilità da tre killer neofascisti, giovani come loro, acerbi come loro. Perché 47 anni fa in quella Milano si spara come niente. Indizi tanti, sospetti tanti, testimoni tanti ma le prove spariscono una dopo l’altra, dai gabinetti della scientifica, dagli uffici polverosi dla questura. C’è una tradizione sconfinata di prove sbiadite, svanite, per ogni mistero italiano, piazza Fontana, piazza della Loggia, Ustica, Stazione di Bologna e treni, tanti treni.

Anche a Garlasco 47 anni dopo, 17 anni dopo l’omicidio di Chiara Poggi affiorano per inabissarsi, per evaporare tutti quegli elementi quell’oceano di indizi, di quasi prove, di sospetti, di piste in tutte le direzioni e già si comincia a scrivere, a dire che non si arriverà da nessuna parte. Allora a cosa è servito questo circo? È servito perché era circo e doveva esserci. Non sono buoni o sono troppo buoni, per dire troppo scaltri gli investigatori e gli inquirenti? Se le perdono le cose perché non sono capaci o perché a un certo punto quelle cose vanno disperse, cancellate per sempre? Il DNA sulle unghie della vittima, il riscontro 33, che doveva inchiodare finalmente l’assassino, quello nuovo, quello vecchio… Come è possibile che dai laboratori di Garlasco voli via tutto?

Il circo. Il circo dove tutti si affastellano, si scavalcano, si sgomitano fingendo di volersi defilare e così abbiamo incominciato a conoscere nuovi protagonisti, uno più stralunato dell’altro, uno più stravagante dell’altro, in una sarabanda di apparizioni che, se non lo sapete, sono tutte concordate, a tariffa, a gettone, che qualcuno poi ci si fa le vacanze, o la macchina, o il sogno della notorietà infame e a che cosa è servito tutto questo niente? Il circo, per tenere su le cose, per far correre i programmi con dentro le pubblicità, sponsor che li infarciscono, per un po’ di ossigeno malato per i giornali rantolanti, e dopo? E dopo pare che non si arriverà a niente.

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È odioso da dire, ma noi qui che cosa vi stiamo ripetendo da giorni, da settimane? Il circo. Il teatro. C’è chi non vuole si riapra il caso, con una ostinazione che merita spiegazioni. Altri spingono in direzione opposta, sì, ma chi ha parlato, e per dire cosa, e perché adesso? E perché tutto sembra certo e di colpo tutto sbiadisce? È cambiato ancora qualcosa, o tutto completamente? E ci si continua a derogare di tecnologia e esoterismo d’appendice. Ma ha senso, serve stabilire con le ultrasosfisticazioni dei nuovi strumenti che “è da 476 a 2.153 volte più probabile che il Dna in questione appartenga ad Andrea Sempio rispetto a un soggetto ignoto” quando poi salta fuori un terzo soggetto, per l’appunto ignoto, e si resta appesi ai sogni dell’avvocato di Sempio, ai pigiami scomparsi o fatti a pezzi anche quelli, ai frammenti di intonaco da custodire come reliquie e invece, toh, sfarinati nel vento chissà quando?

Troppa carne al fuoco, troppe cose possibili e improbabili, troppe direzioni, troppe supposizioni, ipotesi campate per aria, gossip e porno, morbosità e Corona, troppi intriganti, troppi che vogliono entrare a forza, a gomitate in questa commedia disumana con l’aria di saperla lunga e invece chissà se sanno qualcosa. Chissà perché parlano. Per guadagnarci che cosa, per inguaiato chi. Il circo. Il circo che poi si chiude e lascia il solito silenzio come una coperta di grottesco e di squallore. C’è sempre chi ha interesse a soffocare nei misteri italiani, pubblici e privati. Anche per il delitto del Leoncavallo hanno appena riaperto il caso e gli indagati sono gli stessi precisi di allora. 47 anni fa. I fantasmi di Fausto e Iaio non smettono di chiedere giustizia, e dietro di loro c’è una fila infinita.

Max Del Papa, 7 giugno 2025

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