Società

Da Salis a Pizzaballa: come si ribalta (senza ritegno) la verità

Pizzaballa Salis Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI
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Tempo di uccidere, scriveva Flaiano. Di uccidere la verità senz’altro, o almeno di proporne dell’altra, in tutto capovolta, alternativa, incompatibile con una certa manifestazione della realtà. Le cronache delle ultime ore hanno squadernato, tutte insieme, le tre verità, come la canzone di Lucio Battisti (ispirato dall’epoca “Rashomon” di Akira Kurosawa).

Partiamo con l’immancabile, ineffabile, incorreggibile Ilaria Salis, identificata un giorno all’alba in stanza d’hotel con un compagno ma non fidanzato (giura lei): lei dice di essere stata presa, perquisita, sequestrata (sarebbe da dire: okkupata, ma ci scappa da ridere) per un’ora, brutalizzata in base al decreto sicurezza, una brutalità che in confronto Silvio Pellico era un flotillero a Cuba; la polizia, con nota ufficiale, ribatte: nessuna perquisizione, nessuna forzatura, semplice identificazione di dieci minuti (il tempo di ricomporsi) subito rientrata alla formula fatidica dei potenti di tutto il mondo, unitevi: “Voi non sapete chi sono io”, in base ad accordi polizieschi europei, tedeschi, in considerazione dei precedenti sia della euronorevole, sia dell’amico della notte. Allora, chi ha ragione? Noi avremmo pochi dubbi, ma siccome poi ci dicono “ih, parlaci di Cinturrino” (eh, certo, meglio credere d’acchitto alla legalità di una gang di spacciatori marocchini e presumere che lo sbirro in quanto tale è un farabutto, ragionare al contrario è patologico, acab semper), ci teniamo quei pochi. E aspettiamo.

Numero due, l’imam Pizzaballa che prima denuncia di essere stato impedito dalle forze di polizia israeliane ad entrare nel Santo Sepolcro, poi in una intervista ammette di essere al corrente del blocco totale a causa degli svolazzanti missili iraniani: allora che c’era andato a fare? Allora anche qui pare la costruzione di una mitologia vittimistica, molto ideologica e vagamente paracula, contro un bersaglio preciso: il Pizza come la Ilaler, con la differenza che er Pizza è molto più schierato su posizioni propal. Dicono: schiaffo a papa Leone. Può darsi, ma forse lo schiaffo glielo voleva dare proprio er Pizza forzando il blocco come un flotillero bitini. La prudenza, un tempo virtù suprema, pare del tutto dimenticata dagli eminenti della Chiesa. Dunque, chi ha ragione? Ottavo, non dire falsa testimonianza: ma tanto che gli frega al Pizza (ha raccattato subito la solidarietà di governo e opposizioni, manco uno che gli abbia obiettato, sì, d’accordo, ma potevi pure informarti).

Number three, la ormai leggendaria Famiglia del Bosco, dalla quale caveranno un libro, un film e una serie su Netflix. Famiglia smembrata, con la scusa che era dissociata prima ce l’hanno fatta diventare davvero: dicevano che era per la tutela dei bambini e li hanno messi in riformatorio o orfanotrofio, dai, su, si sono attaccati a tutto, all’acqua corrente, alla madre strega, ma quello che premeva davvero era l’ortodossia dei comportamenti, vaccini a go-go e playstation, così subito drogati di tecnologia, di perversioni acerbe. Quei bambini saranno pure stati diversi, ma adesso sono allucinati e la loro anormalità non guarirà mai, è irreversibile, resteranno segnati a vita come del resto i genitori, conflittuali fin che si vuole, stralunati fin che si vuole, ma vittime di una ferocia da Leviatano. Salmodiano questi funzionari, giudici, periti, assistenti sociali: ah, la Costituzione, noi facciamo tutto secondo la Costituzione: a parte che la Costituzione come ricatto ha rotto un po’ le balle, sorge alle volte il sospetto che questa Costituzione più immutabile del Vangelo, diciamo marmorea come il Corano, sia un miraggio, serva ad autolegittimare ogni comportamento e perfino abuso dai presupposti ideologici; se fanatismo c’è in questa storia, lo è allo specchio, quello delle istituzioni non meno duro e ossessivo di quello della famiglia. Senza farla troppo lunga, tanto non se ne esce in un Paese dove i guardiani della Costituzione sono i giullari che te la spiegano dal basso dei loro studi nei cabaret, ci pare di ricordare che negli articoli 29, 30 e 31 del testo sacro stia scritto qualcosa a proposito della famiglia come nucleo centrale della società, preesistente allo Stato, non subordinato allo Stato, sua funzione, come in Unione Sovietica. E non vale obiettare che i tempi cambiano, perché quando fa comodo la Costituzione torna immutabile come le tavole della Legge, lo spirito di Ventotene, “non si invochi la libertà”.

Ancora una volta, la verità della realtà pare biforcarsi, assumere le sfumature di possibilità quantistiche: o “le madri e i padri costituenti”, come sermoneggia la Carmen Consoli, hanno stabilito che la famiglia, fondamento naturale della società, è tutelata come tale e garantita dal naturale adattamento delle norme alle diverse forme di convivenza e ai mutamenti sociali, tra i quali quello di una collocazione alternativa, neorurale, astrale, comunque da rispettare, per cui l’accanimento sulla vaporosa famiglia non si spiega; oppure vige in saecula saeculorum la Costituzione medievale, tetragona, i figli come vogliono i giudici se no via, glieli togliamo: trentamila l’anno, possibile che ogni anno si scovano trentamila famiglie sciroccate come i Trevallion?

Però, allora, non si venga sempre a tirar fuori la solfa della Costituzione omnibus intoccabile ma che va interpretata per ogni faccenda ma sempre per un verso solo: da sinistra a sinistra. Garantiscono quei giudici che esultano ebbri come ultras del Fatto Quotidiano (una fissa, questi qui: per ogni cosa ormai ripetono “datti pace, abbiamo vinto noi”, meno male che una volta nella vita un orgasmo l’hanno provato), nello stesso palazzo di giustizia dove fu fatto scempio di Enzo Tortora, un galantuomo annientato, sì, ma a termini della Costituzione. E non viveva neanche in un bosco.

Max Del Papa, 1° aprile 2026

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