Dalla Germania all’Iran: ora Trump sfida l’Europa

Taglio dei militari e scontro con Berlino, mentre Washington chiede agli alleati di fare di più

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Un filo rosso lega Berlino, Washington e – sullo sfondo – l’Europa intera. Un filo teso, non ancora spezzato, ma che nelle ultime ore si è fatto decisamente più rigido. La decisione del Pentagono – firmata Donald Trump – di ritirare circa 5 mila soldati americani dalla Germania non è soltanto una rimodulazione militare: è un segnale politico. E come tutti i segnali politici, va letto dentro il contesto in cui nasce.

Ufficialmente, la linea è quella del segretario alla Difesa americana Pete Hegseth: “La decisione segue una scrupolosa revisione della posizione in Europa delle forze coordinate dal Dipartimento, e tiene conto delle necessità e delle condizioni sul campo”. Tradotto: un riassetto, nulla più. E in effetti i numeri raccontano una riduzione del 14 per cento, riportando la presenza americana in Germania a livelli precedenti alla guerra in Ucraina, con tempi distesi tra i sei e i dodici mesi.

Ma fermarsi qui sarebbe ingenuo. Perché nel frattempo, sul piano politico, è successo qualcosa. E non poco. Lo scontro verbale tra Donald Trump e il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha acceso una miccia che covava da tempo. Merz, parlando della crisi iraniana, aveva detto che la leadership di Teheran starebbe “umiliando un’intera nazione”, aggiungendo che gli Stati Uniti “non hanno una strategia veramente convincente, nemmeno nelle negoziazioni”. Parole pesanti, soprattutto in una fase internazionale già delicata. La risposta di Trump è arrivata secca: “Non sa di cosa sta parlando”, ed è “totalmente inefficiente”. Non esattamente diplomazia d’antan. E nello stesso intervento, il presidente americano ha rilanciato anche sul fronte economico, annunciando un aumento dei dazi sul comparto automobilistico dall’Europa, una mossa che costerebbe carissima alla Germania. Poi la frase che ha fatto sobbalzare più di qualcuno: “E dopo aver portato a termine l’operazione in Iran, prenderò il controllo di Cuba”. Una dichiarazione che mescola provocazione e strategia, difficile da incasellare ma perfettamente coerente con il linguaggio politico di Trump.

A quel punto, la decisione sul ritiro dei soldati appare meno neutra. Non necessariamente una ritorsione, ma certamente una mossa che si inserisce in un clima di tensione crescente tra Washington e alcune capitali europee. Anche perché lo stesso Trump non ha escluso scenari simili per altri Paesi, Italia compresa: “Perché non dovrei? L’Italia non è stata di alcun aiuto, il che è male, e la Spagna è stata orribile”. Eppure, dall’altra parte dell’Atlantico, si prova a raffreddare i toni. Il ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius ha ridimensionato: il ritiro dei 5 mila soldati americani dalla Germania annunciato da Washington era già atteso. Una puntualizzazione che serve a evitare l’idea di uno strappo improvviso. Ancora più esplicito il ministro degli Esteri Johann Wadephul, che parla di un legame transatlantico “saldo” e prova a reinterpretare le parole di Merz, sostenendo che “Il suo ammonimento era chiaramente indirizzato all’Iran”. E ancora: “La leadership iraniana farebbe bene ad accettare la proposta degli Usa”. Insomma, si lavora di diplomazia per rimettere le cose in ordine. Anche perché la posta in gioco è alta. La Germania resta uno dei pilastri della presenza militare americana in Europa: basi strategiche come Ramstein, centri logistici e sanitari, persino la presenza di armamenti nucleari. Un’infrastruttura che va ben oltre il semplice numero di soldati.

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Il punto vero, però, è un altro. Da tempo Washington chiede all’Europa di fare di più per la propria sicurezza. Non è una novità di oggi, né esclusivamente di Trump. Ma con Trump il messaggio diventa più diretto, meno mediato, e soprattutto accompagnato da atti concreti. Gli europei lo sanno. Lo si è visto anche nella reazione tedesca: “Noi europei dobbiamo assumerci maggiori responsabilità per la nostra sicurezza”. Una frase che suona quasi come un’ammissione.

Alla fine, il ritiro dei 5 mila soldati è forse meno clamoroso di quanto sembri. Ma è un tassello di un quadro più ampio, in cui i rapporti tra Stati Uniti e Unione europea entrano in una fase nuova: meno scontata, più negoziale, a tratti più ruvida. Non è una rottura, almeno per ora. È piuttosto una tensione che si accumula. E che, come spesso accade in politica internazionale, si gioca tanto nelle dichiarazioni quanto nei movimenti – anche quelli, apparentemente tecnici, di qualche migliaio di soldati.

Franco Lodige, 3 maggio 2026

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