
Mohammad Hannoun, arrestato oggi insieme a diversi soggetti della rete palestinese italiana ed europea, è accusato di essere uno dei principali referenti in Italia dell’organizzazione terroristica Hamas, nonché di averne finanziato in modo continuativo le attività attraverso una rete di associazioni formalmente presentate come enti umanitari.
L’operazione, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia e Antiterrorismo di Genova e condotta dalla DIGOS insieme alla Guardia di Finanza e alla Polizia Valutaria, ha portato all’esecuzione di misure cautelari personali e patrimoniali per oltre otto milioni di euro. Nove persone sono finite in carcere e tre associazioni sono state colpite dai provvedimenti, al termine di un’indagine avviata dopo l’analisi di segnalazioni di operazioni finanziarie sospette e sviluppata con il contributo delle autorità di diversi Paesi europei e di Israele.
Secondo la ricostruzione investigativa, Hannoun non sarebbe un semplice sostenitore ideologico, ma un componente di vertice del cosiddetto comparto estero di Hamas e il capo della cellula italiana dell’organizzazione. Gli inquirenti lo descrivono come il perno di una struttura stabile, attiva da oltre vent’anni, incaricata di raccogliere fondi in Europa e di convogliarli verso l’organizzazione madre e le sue articolazioni operative nei Territori Palestinesi.
Il meccanismo contestato si sarebbe basato sull’utilizzo di associazioni benefiche con sede in Italia, in particolare a Genova e Milano, che dichiaravano finalità umanitarie a sostegno della popolazione palestinese. In realtà, secondo l’accusa, una parte largamente prevalente delle somme raccolte – oltre il 71 per cento – sarebbe stata destinata direttamente al finanziamento di Hamas o di enti a essa collegati e controllati. Le indagini parlano di un flusso complessivo di oltre sette milioni di euro, trasferiti attraverso bonifici bancari, triangolazioni internazionali e intermediari esteri.
Una quota significativa del denaro, sempre secondo la tesi accusatoria, non avrebbe avuto alcuna destinazione assistenziale, ma sarebbe servita a sostenere le strutture dell’organizzazione terroristica, i suoi dirigenti e persino i familiari di attentatori o di detenuti condannati per reati di terrorismo. Un sostegno economico che, per la Procura, avrebbe rafforzato il consenso interno e incentivato l’adesione alla strategia terroristica, contribuendo indirettamente alla realizzazione di nuovi attentati.
Le accuse, che andranno ovviamente valutate nel corso dell’eventuale processo, si fondano su un vasto materiale probatorio che comprende intercettazioni telefoniche e ambientali, monitoraggi dei flussi finanziari, documenti acquisiti nei server delle associazioni coinvolte e atti trasmessi ufficialmente dalle autorità israeliane nell’ambito della cooperazione giudiziaria internazionale. Dalle conversazioni intercettate emergerebbero anche espressioni di approvazione per attentati terroristici e riferimenti espliciti alla cosiddetta “jihad con il denaro”, considerata parte integrante dell’azione di Hamas.
Secondo gli investigatori, la cellula italiana non sarebbe frutto di iniziative isolate, ma l’espressione di una strategia strutturata dell’organizzazione, che nel tempo si è dotata di un comparto estero incaricato di promuovere l’immagine del movimento e, soprattutto, di garantirne il finanziamento. In questo quadro, le associazioni attive in Italia avrebbero rappresentato un tassello di un più ampio network europeo, coordinato con la leadership di Hamas e funzionale al sostegno delle sue attività.
L’accusa contestata a Mohammad Hannoun è quella prevista dall’articolo 270-bis del Codice penale, che punisce l’appartenenza e il finanziamento di associazioni con finalità di terrorismo. Un reato che, come ricorda la stessa Polizia di Stato, sussiste anche quando le condotte si inseriscono nel contesto di conflitti armati, qualora siano rivolte contro la popolazione civile.
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