
Il dibattito sulle infrastrutture a Palazzo Castiglioni si è aperto con una consapevolezza condivisa: l’Italia si trova in un anno cruciale, in uno spartiacque definitivo per la messa a terra dei progetti legati al Pnrr. Nicola Porro ha dato voce ad alcuni dei più importanti manager che in questi anni stanno realizzando infrastrutture straordinarie, dalle ferrovie al Ponte di Messina, passando per tutte le expertise che coinvolgono il mondo delle grandi opere.
Gianpiero Strisciuglio, Amministratore delegato di Trenitalia, ha spiegato che in questo momento l’azienda si trova in una di “grandissima trasformazione dell’infrastruttura ed è uno dei segnali più importanti della ripartenza che attraversa il nostro Paese. E lo sta facendo con un impegno incredibile”, contribuendo “a sviluppare quello che posso dire tranquillamente essere il miglior sistema ferroviario in Europa”. E ovviamente si sta facendo con una transizione “non semplice perché c’è una coesistenza di volumi di traffico tra i più alti in Europa e del numero di cantieri più alto”, oltre 1300 attivi, il tutto con un incremento di volumi di passeggeri, che solo per Trenitalia sono 2 milioni al giorno, che viaggia “sul servizio regionale diffuso su tutta la rete che può annoverare la flotta di treni più giovani d’Europa”. Il Frecciarossa, ha aggiunto, “rappresenta l’eccellenza italiana” e le linee moderne “in Europa e nel mondo nascono dall’alta velocità ferroviaria in Italia”. Un’alta velocità che ha incrementato la puntualità “di tre punti percentuali: sono tanti” e che è frutto di un impegno condiviso tra personale, sviluppo futuro dell’infrastruttura ma anche dei treni. Le grandi stazioni italiane sono tra le più frequentate d’Europa, “a Roma Termini oggi girano più di 1.100 treni al giorno, a Milano Centrale quasi 1.000” e il sistema “va visto anche in chiave intermodale”.
Un grande flusso di informazioni è arrivato da Giuseppe Recchi, manager di grande esperienza nel pubblico e nel privato, oggi è presidente Stretto di Messina Spa ed è quotidianamente immerso nelle polemiche a più livelli che coinvolgono la grande opera tanto osteggiata, attorno alla quale “c’è un’entropia mediatica sul Ponte che è un po’ una caratteristica del nostro Paese” che è quella che c’è per esempio stata in passato anche sull’alta velocità: “Nel 2001 io mi occupavo di costruzioni ed ero alla firma del contratto della tratta Torino-Lione: siamo nel 2026 e ancora non c’è”. Questa “distanza tra la volontà, la messa a terra e la realizzazione finale è un problema è un problema pazzesco, perché è quello che ci rallenta”. E il problema si evince ancora di più considerando il volume di investimenti futuri: “Nei prossimi 15 anni sono previsti 106.000 miliardi di infrastrutture nel mondo” fra “trasporti, energia, acqua, reti dati”. E un Paese “senza infrastrutture è un Paese che questa partita non la può giocare” e il Ponte è parte di questo contesto, ma subisce continue critiche ed è bloccato. “Questo progetto nasce approvato nell’81, poi viene bocciato. Nel 2011 lo approvano, poi viene bocciato per motivi di budget politico. Poi viene rilanciato con un decreto legge che riattiva tutto il processo per non dover cominciare da zero: il buon padre di famiglia fa così”. Poi ci sono tutta una serie di verifiche, controlli e ostacoli burocratici tra Italia ed Europa che, inevitabilmente, rallentano il processo.
Laura Segni, Responsabile Legal Advisory Divisione IMI Corporate & Investment Banking Intesa Sanpaolo, ha affrontato il tema delle infrastrutture finanziarie, anche digitali, della quali non si parla quanto si dovrebbe, sfatando il mito della blockchain, che “non è la crypto”, ma le crypto “sono alcuni degli strumenti che possono viaggiare” sulla blockchain che è un’infrastruttura tecnologica. In quanto tale “è neutra, né buona e né cattiva”. Ma questa infrastruttura, che “consente il trasferimento di valore e quindi il passaggio di un asset di un pagamento di un contratto in maniera semplice tecnologicamente irreversibile inequivocabile e che quindi se ben gestita non solo conserva, ma aumenta le garanzie”. A oggi, “nessuno sa quali saranno effettivamente i business che si trasferiranno su questa nuova infrastruttura”, in Italia “abbiamo già fatto sperimentazioni emissione per esempio di obbligazioni” ma il mondo sta cambiando e le blockchain saranno inevitabilmente fondamentali in futuro. Ma nel frattempo le banche continuano a operare come strumenti necessari per la costruzione di valore e, quindi, anche di infrastrutture. Segni ha spiegato che Intesa San Paolo ha partecipato “in maniera massiva a tutta gli investimenti del PNRR”, mettendo “l’equivalente dei soldi che sono stati destinati”, anche perché è chiaro che “le infrastrutture pubbliche non possono essere fatte solamente con i soldi pubblici, hanno bisogno degli investimenti privati. E gli investimenti privati hanno bisogno poi della copertura delle banche, perché chi vince una gara pubblica deve avere il commitment, come si dice, della banca: quindi le banche svolgono un ruolo fondamentale nel sostegno dell’economia del Paese”.
Nel panel è intervenuto anche Pierluigi Serlenga, Managing Partner Italia e co-responsabile globale Aerospazio & Difesa di Bain & Company, il quale ha affermato di credere, vista la sua esperienza, che “le grandi opere infrastrutturali abbiano una tasso un livello di complessità di complicazione progettuale realizzativa gestionale naturale molto forte” ed esiste, ha aggiunto, una tensione molto forte per chi opera in questo momento anche perché “spesso i margini di profittabilità e di generazione del valore sono più o meno bassi”. Soprattutto quando il mercato è pubblico, ha aggiunto Serlenga, i margini di profittabilità sono bassi, “è un mercato complesso”, anche in ragione “dell’esposizione bancaria” da qui l’importanza del supporto bancario. Si opera in “un sistema di stakeholder” molto articolato che non è uguale ovunque ma, anzi, ci ha tenuto a sottolineare, “in Italia in particolare questo livello di complessità è particolarmente elevato a livello di articolazione, non solo in termini di numero di attori, ma proprio in termini di allineamento di interessi”, per cui spesso “chi ha poi in mano la gestione industriale dell’asset si scontra con una serie di attori che hanno incentivi diversi per cui è piuttosto complicato”. Se si guarda “a mercati come la Germania come la Francia come l’Inghilterra, Paesi scandinavi, il sostegno della domanda interna per aziende del settore, come We Build o altri, è molto più forte rispetto a quello che succede in Italia. Le aziende italiane sono state tra virgolette, costrette a esporsi molto a mercati internazionali come l’Africa, gli Stati Uniti, perché in Italia il sostegno è più basso”.
Franco Lodige, 12 febbraio 2026
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