Gli effetti del catechismo ambientale

Delirio green: arriva la tassa sui rutti delle vacche

Na nuova proposta del governo neozelandese: tassare i rutti di pecore e bovini in nome dell’ambientalismo

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Da anni, l’Unione Europea ed il governo italiano ci hanno abituati all’imposizione di tributi folli, distaccati dalla realtà dei cittadini, quasi impensabili. Tra queste, ricordiamo sicuramente la celeberrima “tassa sui gradini”, da pagare per tutti coloro che sono proprietari di case, con gradini d’ingresso su una strada pubblica; oppure, forse ancora peggio, la “tassa sull’ombra”, da riscuotere quando la sporgenza della tenda di un locale si affaccia su suolo statale.

L’Italia è stata la reginetta della tassazione sotto tutti i punti di vista, soprattutto nell’ultimo decennio. Dalla mannaia fiscale, che ha riguardato gli immobili a partire dalla crisi economica del 2008, per passare all’idea di alcuni parlamentari di tassare pure WhatsApp, fino all’imposizione della Plastic Tax, in nome della tanto sventolata ecosostenibilità, il nostro Paese “vanta” il triste primato della pressione fiscale più alta d’Europa (quasi il 50 per cento), che tenderà ad aumentare proprio a causa della guerra in Ucraina.

Nonostante tutto, se i cittadini Ue continuano a lamentarsi del continuo aumento della pressione economica, pare che anche altre parti del mondo non scherzino. Come, per esempio, la Nuova Zelanda. Proprio stamattina, il governo neozelandese ha presentato una prima bozza del piano di contenimento delle emissioni agricole. Tutto ciò per affrontare una delle principali cause delle emissioni di gas serra: i rutti di pecore e bovini.

Pare uno scherzo, ma non lo è. Da quanto si legge nel progetto, gli agricoltori dovranno pagare le loro emissioni di gas a partire dal 2025. L’economia dello Stato si è fondata per lungo tempo proprio sul settore agricolo, tant’è che, ancora oggi, la Nuova Zelanda conta più bovini e pecore che abitanti: la bellezza di 36 milioni contro 5 milioni di persone.

Trainante della proposta è stato il ministro del cambiamento climatico, James Shaw: “Non c’è dubbio che dobbiamo ridurre la quantità di metano immessa nell’atmosfera. Un efficace sistema di tariffazione delle emissioni per l’agricoltura giocherà un ruolo chiave”. In realtà, Shaw ha ripreso una tassa, sempre di origine neozelandese, che aveva fatto discutere già nel 2003: il tributo di ricerca sulle emissioni agricole.

Ai tempi, il governo stimò un prelievo annuale di quasi 9 milioni di dollari, a fronte degli oltre 50 milioni di costi statali, per limitare la produzione di gas serra di questi animali. Ironicamente, la proposta venne ridenominata con la formula “tassa sulla scoreggia”, portando un deputato del Partito Nazionale a guidare un trattore sui gradini anteriori del Parlamento, come segno di protesta – alla faccia dei giornali mainstream che irridevano Matteo Salvini al Papeete.

La pronuncia finale sul piano arriverà a dicembre. Nel frattempo, mentre il mondo occidentale, insieme ai suoi alleati oceanici, prosegue nell’attuazione di una politica autolesionistica, facendo zoppicare i settori della propria economia, in nome del green e della sostenibilità, i nostri avversari geopolitici proseguono nel loro sviluppo, riaprendo addirittura i camini centrali a carbone, come avvenuto in Cina.

Pechino e l’Asia non rallentano. Il blocco atlantico pare, invece, volersi rallentare, regalando primati economici a quella che è una dittatura comunista, nonché l’unica Nazione al mondo che cresce ininterrottamente dalla seconda metà degli anni ’70.

Da una parte il carbone, per sostenere la forte crisi dovuta dal Covid-19 e, in misura minore, dalla guerra in Ucraina; dall’altra, Plastic Tax e limitazione dei rutti degli animali – per non usare un linguaggio colorito. A voi la scelta.

Matteo Milanesi, 8 giugno 2022

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