La guerra in Ucraina

Democrazia ucraina: banditi i partiti filorussi

Il governo di Kiev non è mai stato parte completa della rivoluzione liberale occidentale

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Il Parlamento ucraino ha approvato una nuova stretta sulle attività dei partiti filorussi. Dopo le restrizioni di fine marzo, che videro la sospensione di undici partiti di opposizione per aver sostenuto posizioni di vicinanza a Mosca; oggi, Kiev ha votato la messa al bando di tutti i movimenti che neghino o giustifichino l’aggressione russa contro il Paese. L’applicazione di queste misure drastiche, fortemente limitative della libertà di espressione, sancisce la caduta definitiva della narrazione mainstream, secondo cui l’Ucraina sarebbe il simbolo resistente dei valori e dei principi liberal-democratici.

Governo ucraino, tutto tranne che liberale

Diciamolo chiaramente: Kiev non è mai stata parte completa della rivoluzione liberale occidentale. La “atlantizzazione” dell’Europa parte dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, dopo la sconfitta dei regimi nazi-fascisti ed il trionfo del modello politico, economico e valoriale anglo-americano. Dall’altra parte, si fronteggiava il blocco sovietico, a cui apparteneva l’Ucraina stessa, insieme a tutti gli Stati satellite vincolati dal Patto di Varsavia. Il processo di europeizzazione di Kiev decorre dallo scioglimento dell’Urss, ben mezzo secolo dopo rispetto ad un continente già motore politico ed economico mondiale. Peraltro, vuoi per le pretese russe, vuoi per governi ancorati alla tradizione sovietica, si parla pur sempre di uno sviluppo ben più lento e macchinoso rispetto a Polonia, Romania o Paesi Baltici.

Nonostante tutto, nel corso degli ultimi anni, soprattutto dalla caduta del governo Yanukovich nel 2014, sono stati intrapresi importanti processi di integrazione; i quali, però, non sono riusciti a cancellare definitivamente le radici totalitarie sovietiche. Secondo The World Press Freedom Index, l’indice che valuta lo stato di salute del giornalismo in 180 Paesi, l’Ucraina occupa la 106ª posizione. A decorrere dall’inizio della guerra in Donbass, nel giro di soli tre anni, sono stati assassinati più di quindici cronisti, giornalisti ed opinionisti. È il peggior dato d’Europa, dopo la Russia, che si posiziona al 155º posto.

Censura ucraina

Nel febbraio ’21, Kiev decise di oscurare tre reti televisive con l’accusa di agire da megafono alle tesi propagandistiche di Mosca. Titolare delle piattaforme era Viktor Medvedchuk, leader dell’Opposition Platform for Life (Opfl), agli arresti domiciliari da un anno con l’accusa di altro tradimento. Il caso suscitò le critiche dell’Unione Europea e, viceversa, il plauso dell’amministrazione Biden. Si badi bene, però: ciò non esclude il pieno supporto alla causa ucraina. Non bisogna mai dimenticare lo status di Paese sovrano aggredito, invaso, sotto le bombe di un regime autoritario per eccellenza. Attenzione, viceversa, a non cadere nell’errore di identificare Kiev come baluardo dei valori occidentali. Sarebbe un’offesa alla cultura liberale atlantica, al melting-pot europeo, al liberalismo di derivazione inglese.

“Regime ibrido”

L’Ucraina non può essere definita una liberal-democrazia. Il Paese incorre nelle numerose problematiche che uno Stato post-dittatoriale deve fronteggiare, sia in termini politici che culturali. Lo stesso studio dell’organizzazione americana Freedom House rivela come Kiev sia un “regime ibrido”, in una fase di transizione tra democrazia e totalitarismo; in un purgatorio dantesco che – almeno ad oggi – assomiglia più al sistema ungherese, piuttosto che a Regno Unito e Stati Uniti. La domanda sorge spontanea: con quali criteri le istituzioni europee definiscono autoritari Ungheria o Polonia, da sempre tacciate di razzismo ed illiberalità, mentre l’Ucraina un’odierna liberal-democrazia, a cui ispirarsi? La contrapposizione tra Stato libero e dittatura è più che mai fallace, propagandistica, pericolosa. Soprattutto, in tempi di guerra.

Dobbiamo definire l’Ucraina per quella che è: un Paese sovrano aggredito, sicuramente da tutelare e difendere, ma che non trova il proprio fondamento nella democraticità. I passi da compiere sono ancora molti, nella speranza che la guerra non porti ad una nuova torsione totalitaria.

Matteo Milanesi, 4 maggio 2022

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