Siamo arrivati al punto di rottura. Al grottesco che supera la fantasia e si insinua nelle aule di giustizia con la prepotenza del paradosso. Da una parte c’è la storia di Désirée Mariottini, una ragazzina la cui vita è stata strappata in modo brutale, al termine di una spirale di violenze che, ancora oggi, dovrebbe far rabbrividire chiunque abbia un briciolo di umanità. Per lei e per la sua famiglia, dopo le condanne dei responsabili, arriva ora un’altra, amarissima pagina giudiziaria: la richiesta di circa 900 mila euro di risarcimento a carico dello Stato è stata respinta e alla famiglia resta l’indennizzo previsto dal Fondo del Ministero dell’Interno, pari complessivamente a 75 mila euro. Una decisione contro la quale i legali hanno già annunciato ricorso. Dall’altra parte c’è il caso di Mario Roggero, il gioielliere condannato a risarcire, attraverso provvisionali esecutive per circa 480 mila euro, i familiari dei due rapinatori uccisi durante l’assalto alla sua attività e il terzo complice rimasto ferito.
Ed è proprio qui che nasce il cortocircuito. Un contrasto che, agli occhi di molti, appare difficile da comprendere: una famiglia devastata dalla perdita di una figlia, vittima di una violenza atroce, riceve un indennizzo di 75 mila euro; i familiari di persone morte nel corso di una rapina si vedono invece riconoscere provvisionali per centinaia di migliaia di euro.
Attenzione: nessuno sostiene che il dolore di una famiglia debba essere misurato sulla base delle colpe del proprio congiunto. La responsabilità penale è personale. E il dolore per la perdita di una persona cara resta dolore, qualunque sia la storia di quella persona. Ma proprio per questo la domanda diventa inevitabile: il nostro sistema di giustizia riesce sempre a restituire una percezione di proporzione e di equità? Perché le sentenze possono essere tecnicamente corrette, le procedure perfettamente rispettate e i criteri risarcitori applicati alla lettera. Ma quando il risultato appare così distante dal senso comune, qualcosa inevitabilmente si incrina.
Si incrina la fiducia nella giustizia. Si incrina la percezione di equità. E soprattutto si rischia di far passare un messaggio devastante: che la vittima possa finire sullo sfondo, ridotta a una cifra stabilita da una tabella, mentre chi perde un congiunto coinvolto in un’azione criminale può ottenere una tutela economica di entità considerevole.
È questo il punto che dovrebbe far riflettere.
Non si tratta di chiedere una giustizia emotiva, né di sostituire il diritto con i sentimenti. Si tratta di chiedersi se, dietro la freddezza di norme e tabelle, rimanga ancora spazio per quel principio elementare di proporzione che dovrebbe accompagnare ogni idea di giustizia. Perché chi sceglie la strada del crimine sa di esporsi anche alle conseguenze delle proprie azioni. Questo non rende automaticamente legittima qualsiasi reazione e non cancella i diritti dei familiari. Ma non può nemmeno essere considerato un dettaglio irrilevante quando si pretende di restituire alla società una misura di ciò che è giusto.
Altrimenti la giustizia rischia di trasformarsi in una beffa burocratica: impeccabile nelle procedure, incomprensibile nella sostanza.
E allora la domanda resta lì, inevitabile e scomoda: com’è possibile che una famiglia distrutta dalla morte e dalle violenze subite da una ragazza riceva una tutela economica così distante da quella riconosciuta in una vicenda nella quale i defunti erano coinvolti in un’azione criminale? Forse la risposta è tutta nelle norme. Ma se per trovare quella risposta dobbiamo dimenticare il senso della proporzione, allora l’interrogativo diventa ancora più difficile da ignorare: è davvero questa la giustizia che vogliamo?
Salvatore Di Bartolo, 12 agosto 2026
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