Di cosa ha davvero paura Putin

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Putin

Nel suo romanzo intitolato Kaputt Curzio Malaparte individua nella paura il movente delle atrocità commesse dai nazisti durante il secondo conflitto mondiale. I tedeschi, secondo il Malaparte (che era mezzo tedesco per parte di padre) sono avvelenati dalla paura; paura del diverso, paura dei deboli, dei deformi, paura di chi parla una lingua diversa dalla loro, e questa stessa paura li induce alla violenza verso coloro che temono. Chissà se questa stessa considerazione potrebbe applicarsi anche a Vladimir Putin. Anche nel di lui caso, probabilmente, la paura è un forte movente per molte delle azioni nefaste compiute negli ultimi anni.

Di cosa dovrebbe avere paura Putin? Tutti gli scritti politologici non sono sufficienti a comprendere fino in fondo il personaggio. Per capire Putin occorre leggere Dostoevskij, in particolare il Diario di uno Scrittore. In questa opera il grande russo espone la sua visione disincantata sull’Europa non-russa, descrivendola come un abisso di decadenza e vuoto di valori. Un mondo in putrefazione, una prigione per i popoli senza più una guida. Un continente preda del nichilismo, quello stesso fenomeno che Dostoevskij aveva molte volte rappresentato nei suoi più grandi romanzi.

Anche in Russia il nichilismo aveva infatti preso piede sul finire dell’800, assumendo la forma di una ribellione verso l’autorità imperiale e un rifiuto dei valori tradizionali russi, in particolare del cristianesimo. Una pulsione autodistruttiva e drammatica. Da questo stesso vuoto di valori si sarebbe poi originata la grande rivoluzione che cambiò per sempre il volto della Russia. Forse Putin teme questo. Teme che la deriva nichilista che caratterizza l’Occidente possa contaminare anche la “sua” Russia, privandola della propria anima e gettandola in quel vuoto valoriale che è il principio del caos.

Un po’ come accadde all’indomani del crollo dell’URSS, quando Mosca era una città devastata dalla povertà e i cittadini giravano armati per timore dei delinquenti. Teme internet e le sue immagini affascinanti ma vuote. Teme che quel che resta dell’anima russa (un misto unico di tradizione e slancio verso la modernità) possa decomporsi definitivamente, erodendo le basi su cui si fonda il suo potere e quindi l’ordine in Russia. Da conoscitore di Dostoevskij, Putin vede nell’Occidente sempre più un virus pronto a contaminare la sua patria e a portarvi quella decadenza valoriale che egli sta così disperatamente cercando di arginare.

Basta vedere con quanta deferenza Vladimir Vladimirovic partecipa alle celebrazioni religiose e quanta importanza hanno nella Russia odierna gli esponenti religiosi. Vuole evitare che i giovani russi divengano tutti come Stavrogin, il terribile protagonista de I Demoni, giovane nichilista dedito ad ogni genere di depravazione che non crede in niente, o come Pëtr Verchovenskij, il cui nichilismo assume i tratti del terrorismo verso lo stato. O che quegli stessi giovani russi scoprano l’affermazione della libertà come Raskol’nikov di Delitto e Castigo ossia in maniera violenta.

Le recenti azioni brutali che lo hanno visto protagonista sono forse riconducibili ad una grande paura che lo attanaglia, complice anche lo scorrere inesorabile del tempo. Se è vero che prima o poi tutte le autocrazie vengono distrutte, forse Putin sente quel momento giungere alle porte, e da quella paura deriva una risposta violenta, a tratti disperata, per tenere i “demoni” il più lontano possibile dalla Russia e conservare il potere nelle sue mani.

Non è alla retorica che occorre guardare per capire questo tragico protagonista della nostra storia, ma alla letteratura. Putin sa, attraverso il grande demonologo Dostoevskij, che il nichilismo (cifra dell’occidente contemporaneo) può rappresentare l’inizio del caos, come già lo fu un tempo, in un paese vasto e drammatico come la Russia. Forse è questa paura che lo muove e che nel tempo, come fu per i nazisti, non potrà che assumere forme sempre più drammatiche.

Francesco Teodori, 24 febbraio 2024

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