Di Pietro impartisce una lezione a Gratteri

La riforma della giustizia, toghe a confronto: il ragionevole buonsenso dell'ex Mani Pulite

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Gratteri di pietro

Domenica mattina nel corso della puntata di Omnibus, condotta su La7 da Gaia Tortora, è andato in onda una sorta di confronto a distanza tra Nicola Gratteri e Antonio Di Pietro sul tema scottante della riforma della Giustizia. “Gratteri e Di Pietro, a tutto referendum”, questo il titolo del segmento in cui ci si è occupati del tema del giorno.

La discussione è iniziata con un breve intervento del procuratore di Napoli, ospite sabato sera di Massimo Gramellini sempre su La7, in cui ha sostenuto una argomentazione piuttosto contorta per confutare l’esigenza della separare i magistrati requirenti da quelli giudicanti. A suo, in estrema sintesi, il fatto che il pubblico ministero, contrariamente alla controparte della difesa, il quale deve solo trovare gli elementi che scagionino il proprio assistito, è obbligato dalla legge a verificare che vi siano, oltre alle prove a carico, anche quelle che ne dimostrino la non colpevolezza (un bellissimo principio che per come vanno le cose nella realtà rimane spessissimo a livello di una rassicurante favoletta). Ciò, a suo dire, dimostrebbe la differenza sostanziale tra il giudice e lo stesso pubblico ministero.

A questa abbastanza fumosa spiegazione ha indirettamente risposto il magistrato simbolo di “Mani pulite”. In primis Di Pietro ha apprezzato il sorteggio dei due nuovi Csm e la creazione dell’Alta Corte disciplinare previsti nella riforma approvata in Parlamento. Una norma resa necessaria a suo giudizio dagli scandali correntizi che sono emersi con il caso Palamara, per cui il nuova assetto rappresenterebbe una dolorosa scelta obbligata. Dopodiché, in merito alla tanto discussa separazione delle carriere, il nostro ha offerto un ottimo esempio di saggezza contadina – che tengo a sottolineare costituisce a mio avviso un carattere culturale sempre positivo, anche nella società della comunicazione super estesa -: “L’articolo 111 della Costituzione – ha sentenziato l’ex magistrato – dice che le parti accusa e difesa, così è stata modificata la legge a suo tempo nell’89, che in ragione di parità stanno davanti ad un giudice terzo. Terzo vuol dire che c’è il primo e il secondo. Ma se uno dei due è fratello del primo (intende il pm e il giudice), si capisce che un problema c’è”.

Tanto di cappello ad Antonio Di Pietro, il quale ha dimostrato in questo frangente un livello di onestà intellettuale che sembra totalmente mancare ad una certa aliquota dei suoi colleghi e, in particolare, agli oppositori barricaderi dei tre partiti attualmente schierati su una imbarazzante linea del no a tutto a prescindere: Partito democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra.

Claudio Romiti, 3 novembre 2025

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