La posta dei lettori

Diffidate da ciò che “spunta”: su Garlasco siamo al punto di non ritorno

Si è parlato di tutto: del movente passionale, dell'esorcista, dei filmini hard. Il dramma? Il più sobrio, ad oggi, è stato Fabrizio Corona

Alberto Stasi, Chiara Poggi e Andrea Sempio nel delitto di Garlasco

Caro Porro, ho letto e condiviso gli articoli pubblicati dal suo blog a proposito del caso Garlasco. In effetti, siamo di fronte a un irresistibile flusso di coscienza collettivo, stimolato ormai non solo da opinionisti spigliati, cialtroni e sedicenti esperti. La scorsa settimana un giornalista presunto intelligente, in una trasmissione presunta engagé, non ha resistito e ha chiesto a uno scrittore e cineasta intelligente e engagé: “Ci dica: se questa vicenda fosse un suo film come finirebbe?”.

Parlano e straparlano anche soggetti almeno formalmente qualificati, informati, officiati: avvocati, ausiliari, tecnici. Esternano pure gli ex: ex poliziotti, ex consulenti, ex inquirenti, persino ex giudicanti. Ogni tre ore “spunta” una nuova pista, un supertestimone, una prova decisiva. Quando si tratta di indagini e processi diffidate di tutto ciò che “spunta”. Finora c’è un movente passionale plurimo, un esorcista maniaco, un ex che si è fatto frate, un filmino hard, due cugine invidiose, un sicario, anzi due. Allo stato il più sobrio a unire i puntini è stato Fabrizio Corona.

In questo ennesimo salto di qualità della giustizia show, non ha più senso neppure chiedersi se la Procura di Pavia stia procedendo in maniera intuitiva – per non dire creativa – oppure stia seguendo un impercettibile filo d’Arianna rimasto miracolosamente riservato: una “teoria dell’asso nella manica”, questa, che forse è solo un bias cognitivo, qualcosa che ci aiuta a rimanere in piedi tra le macerie del diritto.

Il più grande cortocircuito mediatico-giudiziario della storia italiana non soltanto ha trasformato la riapertura di un’inchiesta a diciotto anni dall’omicidio di Chiara Poggi nella prosecuzione del trash talk con altri mezzi, non soltanto ha reso gli italiani sessanta milioni di profiler, ma ha indicato con precisione il nuovo punto di non ritorno nel rapporto tra informazione e giustizia, un punto in cui ormai è la seconda al traino della prima. I media non si limitano più a seguire morbosamente l’indagine violandone riti e segreti, ormai la creano, la posseggono, la disfano. Come Jep Gambardella hanno il potere di rovinarla. Lo avevamo già visto con la richiesta di revisione nel processo per la strage di Erba dopo una puntata de Le Iene. Lo vedremo sempre più spesso in futuro. È la vittoria collettiva e definitiva del processo parlato su quello celebrato, un po’ come Maurizio Mosca diceva del calcio parlato (“è la fortuna di quello giocato”), con la differenza non insignificante che il grande Mosca aggiungeva: il pallone è la cosa più seria di quelle meno serie, mentre un’indagine per l’omicidio di una giovane donna è tra le cose più serie in assoluto punto e basta.

Il risultato è scontato, irreversibile, ma si dovrebbe dire stavolta doloso: travolti tutti. Vittima, indagato, parenti e amici dell’uno e dell’altra, vecchia indagine, nuova indagine, processo di prima, processo di poi, se mai ci sarà. Non ha da gioire neppure l’ipotetico beneficiario di una altrettanto ipotetica svolta investigativa: il Ministro Nordio conviene pubblicamente su una verità incontestabile, e cioè che due assoluzioni in due gradi di giudizio costituiscono da sole un dubbio ragionevole sulla tenuta della tesi accusatoria. Non nel caso di Alberto Stasi. Sempre. Ma intanto a Stasi chiedono la revoca della semilibertà perché ha concesso un intervista durante una licenza premio.

Mentre un quotidiano locale indice un sondaggio sul colpevole, il rapporto Eurispes2025 registra il calo verticale di fiducia dei cittadini nella giustizia. L’ultima dea bendata sarà il televoto.

Tommaso Politi

Avvocato penalista

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