
Qui al bar stamattina le facce sono scure: il Piddino era arrivato a sperarci davvero, nel quorum al referendum. Tanto era l’ardore, che il sogno eguagliò l’atto. Ma poi l’elettore medio, quello che viene a fare colazione prima di cominciare una giornata di lavoro anche nella canicola di inizio estate, torna lucido. E smaltita la sbornia della vigilia, inizia a ragione: “Stai a vedere”, ci dice il cliente progressista, “che tutta questa sceneggiata, Gaza, i diritti dei lavoratori e degli stranieri, serviva per sistemare gli equilibri interni alla sinistra?”. Eh, stai a vedere.
“Litighiamo sempre tra di noi e né la Schlein né Conte sono disposti a mollare l’osso: lei ha più voti ma un partito spaccato, lui ne ha meno ma è l’unico traghettatore dei 5 stelle. E poi bisogna definire il ruolo di Landini…”. Un editorialista del Corriere non avrebbe saputo spiegarlo meglio: il teatrino del referendum era una resa dei conti interna alla sinistra. “Oggi pomeriggio diranno che hanno vinto anche se hanno perso. Poi capiremo chi sarà il nostro vero leader…”. I panni sporchi non li lavano mica in casa.
Il Barista, 9 giugno 2025
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