
L’Italia è, per la terza volta consecutiva, fuori dai Mondiali di calcio. Se è vero che in queste tre eliminazioni può esserci stata anche un po’ di sfortuna, è altrettanto evidente che, per storia e potenziale calcistico, l’Italia non sarebbe nemmeno dovuta arrivare a giocare questi spareggi, tantomeno senza riuscire a vincere contro avversari come Svezia, Macedonia del Nord e Bosnia, inferiori per tradizione e risorse demografiche da cui attingere.
Il calcio italiano si trova in evidente difficoltà, e ciò è imputabile a vari fattori: alcuni di natura generale, di cui si è parlato molto in questi giorni, e altri più specifici.
Mi trovo d’accordo con la tesi riguardante i troppi stranieri nel calcio italiano, dalla Serie A fino ad arrivare alle Primavere e alle Under 18 professionistiche. Il fatto di prendere calciatori stranieri “già fatti” non impone alle società di coltivare i talenti italiani, né le spinge a cercarli, anche qualora essi siano migliori. Questo è un primo aspetto che richiede un intervento netto e immediato.
Un altro aspetto su cui soffermarsi è sicuramente il sempre maggiore ricorso alla figura del procuratore sportivo. Oggi è pieno di ragazzi che, già a partire dai 14-15 anni, anche nel calcio dilettantistico, si affidano a un procuratore a pagamento per essere certi di trovare una squadra a determinati livelli, senza che necessariamente ne consegua la qualità delle prestazioni, togliendo spazio a chi meriterebbe davvero.
Questi procuratori, soprattutto nel settore giovanile, ricercano profili che rispecchino le esigenze immediate del calcio, sia dilettantistico che professionistico, ovvero il fisico. Chi conosce l’ambiente sa benissimo che la prima cosa che oggi un osservatore guarda in un ragazzo è l’altezza, spesso in età in cui i ragazzi non sono nemmeno sviluppati; da lì si valuta se si possa lavorare anche su altri aspetti.
È proprio per questo motivo che abbiamo sempre più calciatori costruiti “con lo stampino”, con una vera e propria crisi del talento naturale, che non viene più aspettato e coltivato. Il senso è che oggi, pagando un procuratore, può “arrivare” chiunque, a patto che abbia un buon fisico e qualità tecniche anche solo discrete. Allenandosi a certi livelli questi ragazzi migliorano, ma la differenza tra un talento costruito e uno naturale resta enorme, in termini di rapidità di esecuzione, coordinazione nel gesto tecnico, imprevedibilità e intuizioni di gioco.
Un altro motivo del declino del calcio italiano è prettamente tecnico. Nelle nostre scuole calcio, ormai costosissime, si lavora sempre meno sulla pulizia del gesto tecnico del bambino, privilegiando una preparazione volta esclusivamente a formare il prima possibile giocatori pronti per il campionato Under 14: una categoria deleteria che, a mio avviso, andrebbe disputata senza classifica.
In essa si ricercano quasi esclusivamente profili pronti fisicamente, lasciando indietro quei talenti naturali, spesso meno sviluppati, che in prospettiva sarebbero molto più forti: proprio quei “numeri 10” di cui tanto si parla per la loro mancanza. Pertanto, non credo che la colpa sia solo degli istruttori delle scuole calcio, ma di un sistema malato, da smantellare a partire dalle fondamenta. Fin dai settori giovanili si punta solo al risultato: si guarda sempre più alla classifica e sempre meno alla crescita del ragazzo, pensando esclusivamente ai punti per vincere un campionato o evitare una retrocessione. In un’ottica globale, questo è un male per il calcio italiano: senza la necessaria tranquillità, il talento non cresce.
Sempre in ambito tecnico, si tende sempre più a vedere il calcio come una partita a scacchi, lasciando sempre meno spazio alla fantasia e alle giocate individuali, soprattutto negli ultimi 25 metri, dove la qualità dovrebbe fare la differenza. Una buona organizzazione tattica, specie difensiva, è fondamentale per vincere, ma oggi si sta esagerando, trasformando l’eccesso di tatticismo in un fattore che soffoca le qualità tecniche individuali. Non ha tutti i torti Allegri quando sostiene questo. Oggi, invece, abbiamo sempre più allenatori che credono di vincere le partite da soli.
Un’altra motivazione della crisi del calcio italiano, non meno importante, è una deriva dei valori etici che si riflette anche su questo sport. Un tempo il calcio era innanzitutto divertimento e aggregazione; oggi, invece, una competizione esasperata lo ha trasformato in un ambiente in cui pullulano genitori frustrati e ragazzi montati. C’è sempre meno rispetto verso avversari e arbitri, e il paradosso è che questi fenomeni aumentano al diminuire dell’età e del livello.
Inoltre, il calcio era una parte naturale della vita: si giocava ovunque, con chiunque e a qualsiasi ora. Oggi i ragazzi si allenano poco, in orari e luoghi imposti, spesso senza reale passione. Il resto del tempo lo trascorrono alla PlayStation o guardando il calcio in televisione, dove abbondano simulazioni, atteggiamenti arroganti e spettacolarizzazione di uno sport nato come puro.
Anche i calciatori professionisti, spesso, non sono un buon esempio: stipendi faraonici e atteggiamenti discutibili non rappresentano modelli positivi per le nuove generazioni.
A proposito di stipendi, questo fenomeno riguarda sempre più anche il calcio dilettantistico. In categorie come l’Eccellenza è ormai normale trovare giocatori che percepiscono oltre 5000 euro al mese, cifre che un tempo sarebbero state considerate folli. Quando il denaro prende il sopravvento, si perdono di vista i valori necessari per primeggiare davvero nello sport.
Le cause potrebbero essere ancora molte, ma quelle elencate sono tra le più decisive e richiedono interventi immediati. Il calcio italiano è arrivato a un bivio: decidere se scivolare in un oblio definitivo o tornare a essere protagonista, come in passato, regalando gioie e momenti di spensieratezza a milioni di italiani, soprattutto nei momenti più difficili.
Flavio Maria Coticoni, 5 aprile 2026
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