Esteri

Dopo Maduro, adesso tocca a Khamenei

Il terribile ayatollah è sempre più isolato, simbolo di un sistema teocratico e liberticida al capolinea. Rischia la stessa fine del "collega" venezuelano

khamenei e maduro Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI
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Con il blitz Usa in Venezuela, il regime dello stato sudamericano ha subito un duro colpo; eppure, nonostante quest’alito di libertà, l’operazione ha suscitato proteste globali. A guardar bene però, le rimostranze arrivano solo da sinistra e dalle altre dittature, mentre da parte di milioni di venezuelani stremati da anni di fame, iperinflazione e repressione o confinati in altre nazioni arrivano solo applausi e ringraziamenti a Trump. L’affaire Maduro è il classico caso di un tiranno che, dopo aver prosciugato il paese, cade. In questo caso però non per via dei disordini interni, ma per volere di una longa manus straniera. Pragmaticamente l’output è lo stesso.

Concluso il capitolo Caracas però, bisogna ricordare che ci sono tanti altri regimi ancora in piedi. E guardando oggi alle proteste del popolo persiano, lo sguardo non può che spostarsi su Teheran. In Iran, da oltre una settimana, le piazze infuriano con una violenza e una diffusione inedite dal 2022. Tutto è cominciato con i commercianti del Grand Bazaar di Teheran che hanno abbassato le saracinesche contro un’inflazione galoppante (oltre il 42% ufficiale nel 2025, con i prezzi dei beni alimentari schizzati del 72%) e un rial che a causa dell’isolamento internazionale ha perso metà del valore in un anno. E così, in pochi giorni, la protesta economica si è trasformata in rivolta politica: slogan come “Morte a Khamenei”, “Donna, vita, libertà” e risuonano incessanti nelle più grandi città e in svariate province. Studenti, pensionati, operai, persino commercianti tradizionalmente fedeli al regime: la collera è trasversale.

Così Ali Khamenei, 86 anni, il terribile ayatollah malato da tempo e sempre più isolato, è il simbolo di un sistema teocratico e liberticida al capolinea. Fonti internazionali parlano di un suo piano di fuga a Mosca in caso di collasso delle forze di sicurezza. E la sua salute precaria alimenta speculazioni sulla successione: il figlio? Un altro conservatore? Nessuno (per la fortuna del popolo iraniano) sembra in grado di garantire continuità. Il regime, già indebolito dalle sanzioni, dalle sconfitte militari contro Israele e dalla perdita di alleati come Assad in Siria, si ritrova oggi a fronteggiare una tempesta perfetta.

Per questo il parallelismo con Maduro è calzante. Entrambi i regimi hanno governato con pugno di ferro, svuotando le casse dello Stato per mantenere clientele e apparati repressivi, mentre la popolazione sprofondava nella miseria. Entrambi hanno risposto alle proteste con arresti di massa, omicidi e propaganda che dipinge i manifestanti come rivoltosi manovrati dall’estero. Ma se il Venezuela ha visto l’intervento di una potenza straniera, ad ora così non è per l’Iran. Quindi la caduta deve avvenire per mano interna, e non è affar semplicissimo.

Le Guardie Rivoluzionarie (Pasdaran) rimangono un apparato potente e ben armato, pronto a sparare. Khamenei ha già minacciato di mettere al loro posto i rivoltosi. E il più moderato presidente Masoud Pezeshkian, pur riconoscendo il diritto di protesta, non controlla le leve della repressione. Eppure, mai come oggi il regime appare vulnerabile. Donald Trump ha lanciato un avvertimento esplicito: se le forze di sicurezza useranno violenza letale, gli Stati Uniti verranno in soccorso dei manifestanti. E anche Israele ha espresso solidarietà aperta al popolo iraniano. Allora sì: la pressione esterna, unita alla mobilitazione interna, potrebbe creare quella dinamica fatale che ha travolto tanti autocrati negli ultimi anni.

E così forse anche il popolo iraniano, dopo decenni di umiliazioni, potrebbe aver capito che il 2026 può essere l’anno della Libertà. Una Persia libera da teocrazia e aperta al mondo sarebbe una svolta storica per il Medio Oriente. Dopo Maduro, Khamenei potrebbe davvero essere il prossimo.

Alessandro Bonelli, 5 gennaio 2026

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