Giustizia

E adesso chi chiederà scusa a Giovanni Toti?

Dopo mesi e mesi di gogna medicatica, è arrivata l'assoluzione dell'ex governatore ligure. Nel silenzio più totale della stampa

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Mentre il Paese si accinge al grande esodo estivo, nelle aule giudiziarie si consuma quella che sembra la pietra tombale su uno dei capitoli più controversi del nostrano cortocircuito mediatico-giudiziario: l’archiviazione definitiva dell’inchiesta bis per corruzione elettorale nei confronti di Giovanni Toti. Il gip del Tribunale di Genova ha infatti messo nero su bianco l’insussistenza del reato e l’inidoneità degli elementi raccolti a formulare una ragionevole previsione di condanna.

E allora torniamo con la memoria a due anni fa. Era il maggio del 2024 quando la Regione Liguria veniva letteralmente messa a ferro e fuoco dalle inchieste giudiziarie. Il castello delle accuse, costruito con la precisione di un orologio svizzero, sbatteva il “mostro” in prima pagina. Ai domiciliari finiva un governatore apprezzato e legittimamente eletto. Titoli a caratteri cubitali, teoremi sul “sistema”, insinuazioni, sospetti di rapporti con la criminalità organizzata e barche di fango rovesciate a secchiate quotidiane.

L’obiettivo, a leggere ciò che è accaduto dopo, sembrava essere diventato anche politico: decapitare un’amministrazione, delegittimare un percorso politico, mettere all’angolo un governatore scomodo. E il risultato, alla fine, è arrivato. Giovanni Toti si è dimesso. Una carriera politica e professionale è stata travolta, macchiata dal fango e dall’ingiuria. Oggi, a scoppio ritardato, quando la polvere è calata e il regolare corso degli eventi è mutato, arriva la doccia fredda per la coscienza di questo Paese: una delle accuse che avevano contribuito ad alimentare quella vicenda giudiziaria si è dissolta davanti alla valutazione del giudice.

E allora l’interrogativo sorge inevitabile: chi ripaga Giovanni Toti per il fango subito, la dignità calpestata, una carriera politica spezzata e il dolore inflitto a una famiglia? “Non ci sono vincitori né vinti”, ha commentato con un certo aplomb l’ex governatore ligure. Forse è vero dal punto di vista umano. Ma sul piano politico e mediatico qualche domanda resta, eccome se resta. Perché se un’accusa che per mesi ha dominato il dibattito pubblico finisce archiviata, chi ha trasformato il sospetto in una sentenza morale dovrebbe almeno avere il coraggio di interrogarsi sulla propria responsabilità.

In un Paese normale, dopo mesi di gogna mediatica, titoloni a effetto, processi celebrati in televisione e sentenze anticipate dai soliti incoreggibili moralisti da salotto, oggi scatterebbe almeno il momento della decenza. Almeno un sussulto di pudore. Almeno un passo indietro da parte di chi ha fatto il tifo per l’arresto del governatore a favore di telecamera, di chi ha trattato un avversario politico come un capro espiatorio da immolare sull’altare del giustizialismo.

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Servirebbero, quantomeno, delle scuse. Pubbliche, formali, sentite. Da parte di chi ha contribuito a trasformare un’inchiesta in una gogna e un’indagine in un processo mediatico, salvo poi scoprire, a giochi fatti, che almeno uno dei pilastri accusatori non reggeva alla prova del giudizio. Ma naturalmente le scuse non arriveranno. Perché in Italia l’errore mediatico-giudiziario sembra avere una caratteristica straordinaria: non ha mai un responsabile. Chi accusa raramente chiede scusa. Chi amplifica raramente rettifica. Chi costruisce il mostro raramente torna a raccontare che, forse, in realtà, mostro non era.

Il punto, sia chiaro, non è stabilire se Giovanni Toti sia un vincitore o uno sconfitto. Il punto è un altro, ed è molto più serio: in uno Stato di diritto, un’indagine non può diventare una condanna anticipata e un avviso di garanzia non può trasformarsi in una sentenza politica. La presunzione di innocenza non è un ornamento della Costituzione da tirare fuori solo quando fa comodo. È una regola di civiltà.

E quando la realtà giudiziaria smentisce almeno una parte del racconto costruito intorno a un’inchiesta, sarebbe auspicabile che qualcuno avesse il coraggio di tornare sui propri passi. Non per fare un favore a Giovanni Toti, ma per rispetto nei confronti dei cittadini. Perché il problema non è soltanto quello che è successo al singolo. È quello che questo perverso meccanismo suggerisce circa il funzionamento della nostra democrazia.

Fino ad allora, la vera condanna rischia di essere quella di un sistema nel quale gli errori, quando arrivano, sembrano non avere mai un responsabile. A pagare il conto, invece, sono sempre gli altri: gli indagati, le loro famiglie, la loro reputazione. Perché la dignità di una persona, quando viene distrutta, non si ricostruisce con un semplice trafiletto in fondo a un giornale. E proprio per questo, oggi, la domanda resta lì, ostinata e inevitabile: adesso che il castello accusatorio è crollato, chi chiederà scusa a Giovanni Toti?

Salvatore di Bartolo, 15 agosto 2026

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