È tornato un giudice Oltretevere, finalmente. Non a Berlino ma proprio lì, dove per anni la giustizia ha somigliato più a un laboratorio creativo che a un tribunale. La Corte d’Appello vaticana ha fatto ciò che il primo grado non ha saputo fare: spegnere la macchina della propaganda e riaccendere quella del diritto. Dopo la ricusazione di Alessandro Diddi — cui è seguita, all’ultimo momento, la sua astensione — e l’inammissibilità del suo appello, arriva una decisione che pesa: condanne annullate, tutto da rifare. E non per qualche cavillio, ma per vizi strutturali. Fascicoli incompleti, documenti mutilati dagli omissis, atti spuntati a metà percorso, leggi inventate in modo estemporaneo ed esibite, al pari dei peggiori bari, come carte truccate per la bisogna.
Il comunicato dei legali di Becciu aggiunge un punto che suona devastante per la ‘giustizia vaticana’: non solo il materiale istruttorio era incompleto, ma è stato “corretto in corsa”, integrato dopo le contestazioni — e solo parzialmente, a piacimento dell’Accusa, con l’avallo del Tribunale. Come se le regole fossero un dettaglio negoziabile. E quando le regole diventano opzionali, la sentenza è già compromessa.
Il Tribunale presieduto da Pignatone, chiamato a incarnare il rigore, esce da questa vicenda con le ossa rotte. Il metodo e l’impianto accusatorio che ha avallato si rivelano fragili proprio dove dovevano essere inattaccabili: nel rispetto delle garanzie. E senza garanzie, il rigore è solo una posa.
Poi ci sono i Rescripta. Atti pontifici mai pubblicati tempestivamente, ma utilizzati per cambiare le regole, finendo per orientare indagini e processo. Norme “a sorpresa”, rivelate agli imputati quando ormai i giochi erano fatti. La Corte è stata chiara: così non funziona. Con questo metodo si mina la legittimità degli atti.
La stagione giustizialista di Bergoglio, tutta accelerazioni e strappi, lascia spazio — forse — a una fase più attenta alle regole, cioè alla procedura. Perché senza forma, il diritto è solo forza. Il processo si rifarà, certo. Ma una cosa è già scritta: il “processo del secolo” rischia di restare nella storia come il processo delle scorciatoie.
E allora la domanda finale è inevitabile: se un Rescriptum mai pubblicato incide sulla validità degli atti fino a far crollare un intero processo, che ne è degli altri atti analoghi? Anche di quelli firmati in extremis, magari per incidere su diritti fondamentali, come la partecipazione del cardinale Angelo Becciu a un conclave?
Luigi Bisignani, 18 marzo 2026
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