Cronaca

“È gravemente non grave”. Su Stasi e Garlasco il giudice ribalta tutto

La lezione garantista del magistrato Stefano Vitelli: perché sommare indizi deboli non porta a vera giustizia

garlasco stasi vitelli Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI
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Giovedì scorso, intervenendo ad Ore14 sera, condotto su Rai2 da Milo Infante, il giudice Stefano Vitelli, che assolse Alberto Stasi in primo grado, ha offerto una eccezionale lezione di garantismo.

Un garantismo a tutto tondo che si evince perfettamente nel titolo di un suo libro, annunciato durante la trasmissione, che uscirà ai primi di febbraio in tutte le librerie italiane: “Il Ragionevole Dubbio di Garlasco”.

Dopo aver risposto alle domande del conduttore, Vitelli ha accettato di confrontarsi con i 6 ospiti in studio, tra cui tre irriducibili colpevolisti come il Generale Garofano, la criminologa Vagli e il giornalista Colaprico. Colpevolisti che continuano a portare avanti le confuse leggende metropolitane che hanno, a mio modesto parere, a suo tempo forviato buona parte dell’opinione pubblica.

In particolare, la famosa telefonata al 118 – che secondo Vitelli non è né una prova e né un indizio, ma solo un semplice sospetto -, la tesi contorta della bicicletta nera e dello scambio dei pedali – scambio che la consulenza della Procura dell’Appello bis dimostrò non essere mai avvenuto – e la famosa assenza di tracce ematiche sotto le scarpe di Stasi, che secondo la condanna dimostrerebbe che quest’ultimo non sarebbe più rientrato nel luogo del delitto dopo averlo commesso.

Ora, sulla condanna passata in giudicato del “Biondino dagli occhi di ghiaccio”, Vitelli sottolinea un elemento molto grave che confermerebbe ciò che un numero crescente di italiani pensano da tempo, ovvero che la stessa sentenza di condanna sia sostanzialmente basata su una raccolta di indizi deboli che non si incastrano, ma anche di imperdonabili errori.

Tra questi vi sarebbe la presunta dichiarazione rilasciata dai Stasi ai carabinieri, dopo aver scoperto il corpo della fidanzata, secondo il quale quest’ultima sarebbe stata vittima di un incidente domestico. Ebbene, dal momento che è dimostrato che siano stati proprio gli stessi carabinieri intervenuti a sostenere questa possibilità, Vitelli ha evidenziato che nel dispositivo della Cassazione, in cui viene confermata la condanna, questo elemento è stato eliminato; il che confermerebbe che i giudici dell’Appello bis hanno preso lucciole per lanterne.

Ma è sulla leggendaria questione della mancanza di macchie ematiche sotto le scarpe di Stasi che Vitelli ne ha approfittato, su sollecitazione di Colaprico (quest’ultimo, facendo appello a quanto sostenuto dalla Cassazione, lo ha accusato di non aver analizzato in vari indizi nel loro complesso), per dare una lezione di garantismo a 360 gradi.

Proprio in merito a questo indizio Vitelli ha espresso una riflessione il cui presupposto andrebbe incorniciato ed esposto in tutte le aule di giustizia: “Ma dovevano rimanere tracce ematiche sulle suole, dopo l’utilizzo e tenendo conto del sangue secco, semi secco? – Si chiede Vitelli -. E li c’era il problema dei carabinieri, che anche loro avevano le scarpe pulite. Uno dei due – sottolinea – ha fatto due volte e mezzo il tragitto. Uno dei due è sceso fin o al terzo, quarto gradino, mentre Stasi dice essere sceso al primo o al secondo, e aveva le scarpe a livello microscopico e macroscopico pulite”.

Dopodiché, come un fiume in piena egli analizza nel dettaglio la questione dirimente della altrettanto leggendaria camminata: “Le dico una cosa – sempre rivolgendosi a Colaprico – che è fondamentale: l’indizio che Stasi non ha fatto quel tragitto è gravissimo, se provato. Ma, se non provato, e l’indizio deve essere preciso e grave, se ci sono dubbi sulla prova dell’indizio, non lo puoi rafforzare guardando altri indizi. Non puoi prendere singoli, piccoli indizi e dire: si, non sono in sé precisi; si, non sono in sé così persuasivi, ma li metto insieme e arrivo alla condanna”.

“Questo caso di Garlasco – si infervora il magistrato -, a mio avviso dimostra chiaramente quanto sia pericoloso sommare indizi in sé deboli, specie quando l’indagato, l’imputato è un frequentatore della casa: vedi il problema del dispenser. Specie quando c’è una grande attenzione mediatica; c’è una grande aspettativa di giustizia a fronte di errori giudiziari. E quindi il rischio è di forzare” (così come in tanti pensiamo che sia avvenuto).

E ancora: “Il rischio è di dire: ma vediamo di raccogliere il più possibile, poi lo mettiamo insieme. E no! – sentenzia il giudice – Prima devi avere degli indizi, e di questo sono profondamente convinto, in sé che hanno una certa forza, in sé una certa precisione, e poi li metti insieme. Ed è solo così che l’indizio preciso e forte ti porta verso la strada giusta. Non è la strada giusta, che tu in buonafede hai intuito, che ti porta a ricostruire l’indizio: la voce al 118, piuttosto che il pedale scambiato. Il procedimento è inverso: prima raccogli gli indizi, che devono avere in sé una univocità e gravità, e dopo li sommi. Non si può prima pensare, in buona fede, che sia colpevole e poi raccogliere gli indizi; in un caso come questo, infatti, è piuttosto facile trovarli”.

“L’impronta sul dispenser – dichiara con estrema enfasi Vitelli – è gravemente non grave. Quell’indizio lì non va preso in considerazione, perché non è grave! Avessero trovato – spiega – l’impronta mia, in casa di Chiara Poggi, sarebbe stato ovviamente gravissimo, essendo sconosciuto. Ma l’impronta sul dispenser di Stasi, e pensare che sia un indizio, con tutto il rispetto per le opinioni altrui, è un grave, gravissimo errore metodologico.”

In pratica, il buon Vitelli ha spiegato in modo chiarissimo quanto sia aberrante ciò che Alessandro Meluzzi ha più volte definito “giustizia teorematica”, in cui prima si trova un colpevole e poi si vanno a cercare le prove che spesso, come in questo caso, prove proprio non sono.

In tal senso, come è inevitabile che accada, la pressione mediatica e le aspettative per trovare a tutti i costi un colpevole, anziché il colpevole al di là di ogni ragionevole dubbio, hanno prodotto effetti devastanti non solo in relazione al caso di Garlasco, ma anche in molti altre oscure vicende giudiziarie finite sotto i riflettori dei media che si sono concluse con sentenze di condanna altrettanto discutibili, come nella tragica vicenda nella quale sono finiti all’ergastolo Olindo Romano e Rosa Bazzi.

Claudio Romiti, 31 gennaio 2026

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