La notizia è ormai nota: nell’ambito di un’indagine coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia e antiterrorismo di Genova, Hannoun Mohammad Mahmoud Ahmad e altre otto persone sono state raggiunte da misure cautelari con l’ipotesi, allo stato delle indagini preliminari, di un loro coinvolgimento in attività di sostegno finanziario all’organizzazione Hamas, il “Movimento della resistenza islamica”, inserito dall’Unione europea nella lista delle organizzazioni terroristiche. I provvedimenti riguardano anche tre associazioni e prevedono il sequestro di somme di denaro per oltre otto milioni di euro.
Come evidenziato in precedenza, tra i destinatari delle misure figura Hannoun, presidente dell’associazione dei palestinesi in Italia, conosciuto a Genova per la sua attività pubblica. L’ordinanza è stata emessa dal giudice per le indagini preliminari del tribunale di Genova su richiesta della Dda ed è stata eseguita dalla Digos, con il supporto della Direzione centrale della polizia di prevenzione e dei reparti specializzati della Guardia di Finanza. L’inchiesta, avviata a partire dall’analisi di segnalazioni di operazioni finanziarie ritenute sospette, si è sviluppata anche grazie alla collaborazione di altri uffici investigativi italiani ed europei.
Le ipotesi di reato
Le ricostruzioni dei pm andranno ovviamente dimostrate in sede di processo e il garantismo, per quanto ci riguarda, vale per tutti. Secondo quanto contestato dagli inquirenti, comunque, gli indagati avrebbero fatto parte o avrebbero contribuito al finanziamento di Hamas, sia nella sua componente politica sia in quella militare. L’organizzazione viene richiamata dagli atti dell’accusa anche in relazione all’attacco del 7 ottobre 2023, nel quale hanno perso la vita circa 1.200 persone e sono stati catturati quasi 200 ostaggi, oltre a una serie di attentati attribuiti negli anni al gruppo, che avrebbero provocato complessivamente centinaia di vittime e migliaia di feriti, in larga parte civili.
Il ruolo delle associazioni
Al centro dell’indagine vi sono alcune associazioni operanti in Italia, che secondo la procura sarebbero state utilizzate come canali di raccolta fondi. Tra queste l’Associazione benefica di solidarietà col popolo palestinese (A.B.S.P.P.), con sede a Genova e attiva dal 1994; un’altra organizzazione di volontariato costituita nel 2003 e rappresentata legalmente da Hannoun Mohammad Mahmoud Ahmad; e l’associazione La Cupola d’Oro, con sede a Milano, fondata nel 2023 e rappresentata da Abu Deiah Khalil. Altri quattro uffici divisi tra Roma, Torino e Firenze.
Agli enti viene contestato di aver gestito operazioni di finanziamento che, secondo gli investigatori, avrebbero contribuito in maniera rilevante alle attività di Hamas, per un importo stimato in circa sette milioni di euro. Le attività principali sarebbero la raccolta fondi (attraverso eventi benefici, zakat e pubbliche riunioni) e la propaganda (in rete, su Facebook e su Instagram). Il denaro raccolto sarebbe finito ad Hamas, compresa l’ala militare, tra Turchia, Cisgiordania e Striscia di Gaza.
Le somme, stando alla ricostruzione della procura, sarebbero state trasferite anche attraverso operazioni di triangolazione, mediante bonifici o altre modalità, coinvolgendo associazioni con sede all’estero e destinatarie finali situate a Gaza, nei territori palestinesi o in Israele. Tali realtà sono indicate dagli inquirenti come dichiarate illegali dallo Stato di Israele perché ritenute collegate o riconducibili ad Hamas. Vengono inoltre citate operazioni: “Direttamente a favore di esponenti di Hamas, in particolare, ad Osama Alisawi, già Ministro del Governo di fatto di Hamas a Gaza”.
La destinazione dei fondi
Secondo l’accusa, parte dei fondi raccolti sarebbe stata destinata anche al sostegno economico di familiari di persone coinvolte in attentati o detenute per reati con finalità di terrorismo. In questo contesto viene riportato che: “Il supporto ha riguardato anche il sostentamento di familiari di persone coinvolte in attentati terroristici ai danni di civili o dei parenti di detenuti per reati con finalità di terrorismo, sostentamento che ha rafforzato l’intento di un numero indeterminato di componenti di Hamas di aderire alla strategia terroristica e al programma criminoso dell’organizzazione, anche compiendo attentati terroristici suicidi”.
Le posizioni individuali
Per Hannoun l’ipotesi accusatoria è quella di un ruolo apicale all’interno dell’organizzazione Hamas. Secondo gli investigatori, avrebbe destinato una parte rilevante dei fondi raccolti – indicata in oltre il 71% – al finanziamento diretto dell’organizzazione o di enti a essa collegati, per una somma complessiva superiore a 7,2 milioni di euro, in un arco temporale che partirebbe dal 2001 e che si sarebbe intensificato dopo il 7 ottobre 2023.
Hannoun, secondo la gip Carpanini, stava per andare definitivamente in Turchia, per trasferire lì le sue attività di finanziamento all’organizzazione terroristica. Per questo sussisteva nei suoi confronti un “concreto e attualissimo pericolo di fuga”. Dalle intercettazioni, sarebbe emerso che il programma di trasferirsi fosse ormai in fase di attuazione. Inoltre, sempre secondo la gip, c’era anche il pericolo di inquinamento probatorio: Hannoun e gli altri indagati avrebbero “ripetutamente ripulito” – si legge nel provvedimento – i loro dispositivi elettronici. “Sussiste, quanto meno per l’indagato Mohammad Hannoun concreto e attualissimo pericolo di fuga -scrive la gip nell’ordinanza di 303 pagine – avendo egli da tempo manifestato il progetto di trasferirsi in Turchia e di aprire lì un ufficio ove spostare l’attività dell’associazione. Ma negli ultimi giorni le intercettazioni hanno evidenziato come tale programma sia in fase di attuazione. La gravità del reato contestato e della pena che potrebbe, quindi essere irrogata, oltre che la consapevolezza dell’indagine in corso rappresentano senz’altro una spinta più che sufficiente a lasciare l’Italia”. Negli ultimi giorni, scrive il giudice, emerge che Hannoun “ha programmato la partenza per Istanbul per il 27 dicembre e che la famiglia lo raggiungerà a breve”.
Altri indagati – Dawoud Ra’Ed Hussny Mousa, Al Salahat Raed, Elasaly Yaser, Albustanji Riyad Abdelrahim Jaber e Osama Alisawi – sono indicati come soggetti che avrebbero condiviso decisioni operative e organizzative, comprese quelle relative alla costituzione di nuove associazioni, allo scopo di proseguire il presunto supporto finanziario nonostante le restrizioni del sistema finanziario internazionale. Per Abu Rawwa Adel Ibrahim Salameh, Abu Deiah Khalil e Abdu Saleh Mohammed Ismail l’ipotesi formulata è invece quella di concorso esterno. “Pur non facendone parte – sottolineano gli inquirenti – questi sono infatti accusati di aver finanziato l’associazione terroristica Hamas, assicurando con continuità un concreto supporto finanziario, operando anche per mezzo delle già citate associazioni”.
Il quadro investigativo
Nel suo complesso, l’accusa ipotizza che il gruppo di indagati abbia operato per anni in Italia attraverso una rete strutturata, finalizzata alla raccolta di fondi che solo formalmente sarebbero stati destinati a scopi umanitari. Secondo quanto riportato dagli investigatori, “la costituzione di una cellula estera del movimento, sulla base degli elementi indiziari emersi nel corso delle indagini – scrivono gli inquirenti -, non può ritenersi il risultato di una iniziativa personale di coloro che hanno dato vita all’associazione solidaristica italiana nei primi anni ‘90, ma, piuttosto, la realizzazione di un progetto strategico dell’organizzazione madre, che si è dotata di una struttura complessa, e dunque anche di cellule operanti all’estero, in grado di contribuire agli scopi propri del movimento”.
Nella nota congiunta firmata dal procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo Giovanni Melillo e dal procuratore capo di Genova Nicola Piacente si legge inoltre: “L’indagine ha permesso di accertare che Hamas si è dotata di un comparto estero e di articolazioni periferiche che operano con lo specifico scopo di promuovere l’immagine dell’organizzazione e, soprattutto, di contribuire al suo finanziamento, condizione essenziale perché essa possa esistere, svilupparsi e cercare di raggiungere i propri scopi. A.B.S.P.P. può ritenersi una di tali articolazioni operante in Italia e partecipe, con altre simili associazioni, di un network europeo che opera coordinandosi con la struttura decisionale dell’organizzazione ‘madre’. L’indagine ha rivelato che le donazioni provenienti da A.B.S.P.P. sono state destinate ad associazioni sotto il controllo diretto Hamas”.
Intercettazioni e contatti internazionali
L’ordinanza richiama anche intercettazioni telefoniche e contatti tra Hannoun e soggetti attivi in diversi Paesi europei, tra cui Olanda, Austria, Francia e Regno Unito. Secondo gli inquirenti, “tali comunicazioni dimostrano l’esistenza di una estesa rete organizzata a livello internazionale di soggetti/istituzioni impegnati nella raccolta fondi, apparentemente da destinare a scopi benefici e a sostegno della popolazione e della causa palestinesi”.
Vengono infine menzionati rapporti con esponenti di vertice di Hamas. In particolare, gli investigatori riferiscono che: “È infatti emerso che, nel mese di dicembre del 2025, questi fosse presente a una riunione in Turchia alla quale ha preso parte, tra l’altro, Ali Baraka, esponente di spicco del comparto estero dell’organizzazione terroristica”. Nello stesso contesto, si segnala che: “Nel corso delle intercettazioni sono emerse espressioni di apprezzamento su attentati terroristici da parte di Mohamed Hannoun”. Tutte le contestazioni restano, allo stato, ipotesi accusatorie che dovranno essere valutate nel contraddittorio delle parti e nelle successive fasi del procedimento giudiziario.
Franco Lodige, 27 dicembre 2025
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