Conclave a cinque cerchi: habemus papabile. La vacatio del Tempio dello sport, alias Coni, sta per volgere al termine. Il 26 giugno si aprirà la successione a papa Giovannino III, nome laico Giovanni Malagò, intronizzato nel 2013 sotto il pontificato di Benedetto XVI. Una coincidenza celeste lo volle coevo all’ascesa di Francesco: due fumate bianche, due visioni del mondo. Da allora, molta acqua è passata sotto i ponti. E forse è proprio quell’acqua, ora torbida ora impetuosa, a spiegare perché oggi la papessa Giorgia, pur avendogli fatto balenare una meritatissima proroga per superare la tagliola del terzo mandato, non abbia potuto mantenere la promessa.
Troppo forti le resistenze dei vescovadi settentrionali, Frate Giorgetti e Monsignor Salvini in testa. Così, papa Giovannino ha dovuto lasciare il Soglio di palazzo H senza neppure il conforto di una candidatura che pensava davvero rivoluzionaria: una Prima Papessa, Diana Bianchedi, schermitrice olimpica ed ex consigliera d’apostolica eleganza, che avrebbe potuto infilzare con grazia e decisione gli altri contendenti, tutti maschietti diversamente giovani.
E invece, mentre si affilavano le sciabole, è arrivata in canoa l’acqua santa del cardinal Buonfiglio, scaltro assicuratore napoletano e guida della piccola parrocchia FICK – la Federazione italiana di canoa-kayak – con ben 36 presenze olimpiche. Ed è così che Giovannino, pur conoscendone tutti i limiti, soprattutto nell’eloquio e nella presenza, è stato costretto a farlo salire a bordo “in nomine Joannis”. Anche perché Buonfiglio, in tempi non sospetti, si era guadagnato un “titolo virtuale” in surfski, disciplina dove si virano all’ultimo minuto le prue ,come le preferenze, tra le onde. Fu lui, infatti, a condizionare la prima votazione del Conclave del 2013 che portò proprio all’elezione di Malagò. Nella notte dei lunghi coltelli scodinzolava al fianco del cardinal Pagnozzi, chierico di gran lignaggio, giurandogli fedeltà eterna per diventarne così vicepresidente.
Ma, come spesso accade in Conclave, fulminato sulla via dell’Acqua Cetosa, Buonfiglio virò con la velocità di una canoa in corrente, salendo sulla barca del vincitore. Con simili premesse, sarà difficile per lui ritrovarsi nelle parole di Sergio Mattarella, secondo cui “lo sport si fonda su principi di lealtà e correttezza”. Eppure, in nome di Giovannino III, Buonfiglio oggi guida il fronte dell’”alternanza”. Non senza qualche ombra sulla propria eleggibilità: la norma sul raffreddamento da incarichi federali potrebbe rivelarsi un inciampo.
Sul lato opposto del portone bronzeo, Luca Pancalli, avvocato e presidente del Comitato Paralimpico. Ex atleta, ha trasformato con commovente tenacia la sua storia personale in una missione divina . Durante i vespri ripete, ma sembra inverosimile, di avere addirittura la benedizione di San Sergio dal Supremo Colle del Quirinale. Sempre in prima linea, sempre in giacca e sorriso, sempre contro Malago’. Forse troppo. Magari Pancalli ha mostrato la veste papale troppo presto, quando ancora, nelle Congregazioni Generali dei cardinali dello sport, si consumavano sguardi obliqui e colpi bassi.
Comunque ora è pronto a diventare il frontman della politica nello sport, proprio rispetto a quel principio di autonomia che, nella Prima Repubblica e in parte della Seconda, era un dogma. Un dogma che però, in questi anni, è stato messo in discussione dai figuranti della seconda repubblica con pessimi risultati. Ha l’appoggio infatti del frate maggiore e ministro dello sport Andrea Abodi, della Confraternita meloniana e di tutti quelli che vogliono lo sport asservito al Palazzo. San Giulio Onesti, fondatore dell’”Ordine dei Coniani”, si sta rivoltando nella tomba.
Il 26 giugno si chiuderanno le porte del Conclave olimpico. Gli 81 grandi elettori (forse solo 80) voteranno. Le voci di carte bollate e scomuniche procedurali si sono per adesso sgonfiate, per fortuna senza diventare un nuovo caso Becciu. E proprio mentre la fiamma sembrava spegnersi nella tiepidezza delle candidature, è iniziato il pellegrinaggio al monastero del Gianicolo. Lì, nella quiete austera della curia romana, celebra messa e ascolta confessioni, con lucidità certosina, l’antico papa emerito: Franco Carraro. Dinoccolato, discreto, sempre puntuale. E mai dopo le 23. Nessuno lo ha visto chiedere, ma tutti l’hanno cercato. I grandi elettori, uno dopo l’altro, non possono ammetterlo, ma lo sanno: serve una tregua. Niente profeti, niente improvvisazioni né personalismi. Serve una mano ferma, silenziosa, amministrativa. Ministro, sindaco, presidente del Milan, banchiere e confessore: Carraro è il potere che non si ostenta, la regola che precede la forma. Entrerà in Conclave come si entra in cattedrale: in silenzio, ma con l’autorevolezza di chi conosce già la liturgia.
Nell’agone, altri cinque aspiranti: Duccio Bartalucci, tecnico degli ostacoli equestri, l’unico possibile outsider e Mauro Checcoli, medaglia d’oro a Tokyo ‘64, vestale dell’equitazione. Carlo Iannelli, avvocato, acceso dalla fiaccola della giustizia sportiva dopo la tragedia del figlio. Giuseppe Macchiarola, medico sportivo di lungo corso. Infine, Pierluigi Giancamilli, voce tecnica del pentathlon moderno.
Difficilmente qualcuno supererà i quaranta voti dopo le prime tre votazioni e il nuovo Papa passerà quindi con una ventina di voti alla quarta. Dal momento che come nelle migliori tradizioni dei campanili italiani, si preferisce che non emerga l’altro – un po’ come le curve Nord e Sud all’Olimpico – potrebbe alzarsi una striminzita fumata bianca per Francus IV, il Carraro ritrovato, per non spaccare definitivamente il Collegio imitando le vere Porpore che hanno scelto Prevost.
E così l’Italia olimpica celebrerà il proprio rito. Si compirà nelle stanze riservate, nutrito di caffè, ricordi, promesse e sigilli. Dove la modernità è sospetta e l’esperienza soprattutto quella internazionale è sacramento. Dove l’età non è un ostacolo, ma un requisito. E dove chi conosce lo Statuto meglio dei profeti, vale più di chi come Pancalli dimentica che Papa Malago’ è stato un apostolo instancabile e impareggiabile tra gli atleti visitando con abnegazione tutti i seminari dello sport.
La Chiesa dello sport ha perso comunque l’occasione di rinnovarsi. Ma può ancora contare su un pontefice emerito pronto a rientrare nel proprio monastero del Gianicolo, non appena le acque del dopo Malago’ si saranno calmate. Che San Sebastiano – martire, atleta e patrono degli sportivi – ci assista nella veglia.
Luigi Bisignani per Il Tempo 15 giugno 2025
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI



