Sette vite

“È la vita che sognavo? Sì”. Fermi tutti, intervista esclusiva a Soumahoro

Nel podcast Sette Vite il racconto dell'uomo che, nel bene e nel male, ha fatto molto parlare di sé: "Mi ricandido? Io guardo..."

Nel nuovo episodio del podcast Sette Vite ho intervistato un uomo che, nel bene e nel male, ha fatto molto parlare di sé: Aboubakar Soumahoro. Un personaggio divisivo, spesso al centro di polemiche, ma anche simbolo di riscatto personale e sociale. L’ho voluto nel mio spazio per un confronto vero e diretto.

Sin dalle prime battute, Soumahoro ha mostrato un atteggiamento di consapevolezza e serenità. Quando gli ho chiesto se la vita che sta vivendo sia quella che avrebbe voluto, mi ha risposto senza esitazione: “Direi di sì. Provo un sentimento di gratitudine perché ho sempre cercato di trovare un senso alla mia esistenza in ogni luogo, in ogni circostanza. Questa è la vita che volevo vivere”. Abbiamo parlato di tecnologia, di social e del bullismo digitale, tema che lo ha toccato da vicino. “I giudizi oggi sono immediati”, mi ha detto. “In molti casi mi hanno ferito, ma poi mi hanno rafforzato. Ho imparato a guardare anche chi mi insulta con un occhio diverso, perché dietro a certe parole c’è spesso un disagio”.

Soumahoro ha raccontato la sua infanzia in Costa d’Avorio, in una famiglia numerosa e multiculturale: “Eravamo otto fratelli, ma in casa eravamo molti di più. I miei genitori ospitavano studenti e persone in difficoltà. È lì che ho imparato cosa significa condividere”. Da ragazzo lucidava scarpe nel quartiere di Plateau, sognando l’Italia. “Ogni volta che vedevo la luce riflessa su quelle scarpe pensavo: un giorno andrò in Italia. Era il mio sogno”. Arrivato nel nostro Paese a vent’anni, ha lavorato nei campi, nei cantieri, come benzinaio, fino a laurearsi in Sociologia con il massimo dei voti. “Ho sempre creduto nello studio come strumento di libertà” racconta.

La politica, spiega, è nata dal suo impegno sindacale: “Per me la politica è mettersi al servizio delle persone. Tutta la mia vita è politica”. È così che nacque il tavolo interistituzionale sul caporalato, una sua proposta poi accolta dalle istituzioni. Quando gli ho chiesto se si fosse mai sentito strumentalizzato dalla politica, la risposta è stata netta: “Io sono rimasto me stesso. Ho sempre detto quello che penso. Se una proposta è utile al Paese, non importa da dove arrivi. Mi interessa il contenuto, non l’etichetta”. Sul suo rapporto con la premier Giorgia Meloni e il governo, Soumahoro ha mostrato un approccio pragmatico: “Se ci sono temi su cui possiamo trovare una sintesi, come il rapporto tra Italia e Africa o la gestione dei flussi migratori, io mi siedo e ne parlo. Dobbiamo uscire dalla logica della semplificazione e trovare punti d’intesa nazionali”. Quando gli ho chiesto se si senta più vicino oggi alla destra o alla sinistra, ha risposto sorridendo: “Io guardo i contenuti. Il progetto di società è ciò che conta. Se una proposta è giusta, la sostengo, che venga da destra o da sinistra”.

Non abbiamo eluso i temi più delicati, compreso quello delle vicende familiari che lo hanno travolto mediaticamente. Con compostezza mi ha detto: “Viviamo in uno Stato di diritto. La responsabilità penale è individuale. Ci sono le sedi opportune per rispondere. Io continuo a fare il mio lavoro, perché quello che ho sempre fatto non perde senso per ciò che accade intorno”.

Soumahoro si è raccontato anche nella dimensione più privata: il marito, il padre, l’uomo che ama la quotidianità. “Preparo la colazione, mando poesie, mi piace stirare” confessa con un sorriso. “Il sorriso può salvare delle vite”. Alla fine, quando gli ho chiesto come immagina il suo funerale, ha risposto con disarmante semplicità: “Vorrei persone col sorriso, perché quel sorriso deve essere l’espressione di un sogno in cui abbiamo sempre creduto. Fisicamente veniamo a mancare, ma rimane ciò che abbiamo fatto”. E se dovesse essere ricordato con una frase, dice: “Che ho cercato di mettermi al servizio di tutti per dare la possibilità di essere felici”.

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