Qui al bar si ricordano di Ernesto Maria Ruffini per qualche cartella esattoriale, ma dubitano che passerà alla storia per la sua ascesa politica. L’ex numero uno dell’Agenzia delle entrate ha depositato il simbolo dell’associazione “Più uno”, dal titolo di un suo libro che parla di politica “collettiva e partecipativa”. Il suo sarà un nuovo partitino di centro? Di sicuro, è benedetto da una certa Chiesa progressista e provinciale che non sembra scaldare granché il cuore di Leone XIV, un Papa intento a risolvere problemi più importanti della riconversione di antichi arnesi democristiani.
Aedo delle tasse e scettico sulla possibilità di ridurle, Ruffini non è certo uno carismatico; ma d’altronde, se Romano Prodi è riuscito a battere Silvio Berlusconi, non si può escludere a prescindere che lui sappia guidare un futuro centrosinistra meglio di quanto Elly Schlein faccia con il Pd.
Certo, la ricetta di Ruffini non è particolarmente succulenta. Nella triade “se qualcosa si muove, tassalo, se si muove ancora regolamentalo, se non si muove più sussidialo”, lui è rimasto al punto primo: tassare. E lo fa con il piglio determinato, marziale e massimalista di un maoista fiscale: “La lotta all’evasione non è un safari”, commentò una volta. Per la serie: la rivoluzione non è un pranzo di gala. Funzionerebbe un Ruffini candidato? Schlein e Giorgia Meloni hanno scalato le gerarchie di partito e di potere con l’umile perseveranza degli underdog. Non le hanno viste arrivare, come un cappuccino sul bancone quando sei distratto a mordere la bomba alla crema. Ruffini si auguravano tutti i contribuenti di non vederlo arrivare: in genere non era una buona notizia…
Il Barista, 17 giugno 2025
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