Cronaca

È paura o dell’altro? Cosa c’è (di tremendo) nelle frasi dei pm su Hamas e Israele

Il comunicato dei procuratori sui "crimini di Israele" in merito al caso Hannoun fa pensare. Perché lo hanno scritto: due ipotesi

hannoun pm
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L’arresto delle nove persone appartenenti alla rete di associazioni benefiche per Gaza, riconducibili a Mohammed Hannoun, presidente dei Palestinesi in Italia, ha avuto una vasta eco mediatica. In realtà però ha davvero sconvolto solo chi, per scarsa informazione o perché ha preferito turarsi il naso dinnanzi all’evidenza, non ha compreso che certa gente non ha mai avuto a cuore il destino dei palestinesi, ma solo quello dei loro capi carnefici.

Basta ricordare che lo stesso Hannoun in passato ha dichiarato pubblicamente la sua vicinanza a Hamas: non dovrebbe quindi stupire che circa sette milioni di euro, stando alle tesi accusatorie, sarebbero stati dirottati verso i terroristi da lui sostenuti. Insomma, quanto accaduto ieri è un episodio gravissimo ma tutt’altro che imprevedibile e l’unica flebile speranza è che sempre più persone aprano gli occhi sul sistema subdolo che spesso si nasconde dietro quasi tutto l’attivismo Pro-Pal.

Invece ad essere davvero inspiegabile è un altro elemento: nella nota ufficiale riguardante le motivazioni che hanno condotto alle misure cautelari per i membri della rete italiana di Hamas, i magistrati hanno sentito lo strano bisogno di aggiungere una postilla di geopolitica, una sorta di bilanciamento morale non richiesto in un atto che in quanto giuridico dovrebbe essere oggettivo, freddo, lontano da qualsiasi ideologia e soprattutto, come il Diritto impone, lontano da qualsiasi passione.

E invece no: per il procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo Giovanni Melillo e il procuratore capo di Genova Nicola Piacente, precisare che “Quanto emerso non toglie rilievo ai crimini commessi da Israele ai danni della popolazione palestinese dopo il 7 ottobre e che “Si attende il giudizio della Corte Penale Internazionale” è una dichiarazione cruciale, dirimente. E quindi lo scrivono senza peli sulla lingua, ignari che si tratta di un giudizio personale che viene palesato attraverso un atto ufficiale e che non c’azzecca assolutamente nulla con la vicenda dei fondi destinati ad Hamas. Una frase che sembra un’operazione maldestra di cerchiobottismo per calmare un certo ambiente politico/mediatico, non per chiarire fatti.

Proprio questo è il problema. Ogni qualvolta si tocca Hamas si sente la necessità di compensare. “I terroristi islamici? Cattivi, ma Israele…”. Quella nota ha letteralmente questo significato; il problema è che se un pensiero così raffazzonato e banale viene concepito al Bar Sport di Canicattì si può anche soprassedere. Ma quando questa idea proviene dalla magistratura, allora si evidenzia un gravissimo problema sistemico. È come se i giudici avessero paura di essere accusati di “faziosità” solo per aver fatto ciò che gli compete: perseguire chi compie attività illecite, in questo caso chi finanzia il terrorismo sotto banco.

Invece quel comunicato sposta l’attenzione su vicende che in alcun modo competono ai giudici. Oppure può darsi che i magistrati abbiano paura di ritorsioni e abbiano cercato di lavarsi le mani distaccandosi in parte da quel provvedimento, vista l’enorme polarizzazione politica dell’estrema sinistra che ha dimenticato le sue lotte per i diritti e si è ormai lanciata a capofitto in una liason con il fondamentalismo e il terrorismo islamico.

Nessuna ipotesi può però giustificare quanto riportato su un atto ufficiale. E questo scenario ancora una volta evidenzia quanto sia importante (ma ad oggi assente) l’imparzialità politica della magistratura. Nel 2025 i giudici italiani arrivano persino a concedersi il lusso di fare proselitismo ideologico. E c’è chi dice che non serve una riforma…

Alessandro Bonelli, 28 dicembre 2025

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