
Poteva non essere forse colpa della misoginia? Ovviamente no. Anche se a rendere pubbliche le chat delle tre femministe è stata una donna (Selvaggia Lucarelli) e anche se le protagoniste sono tutte signore o signorine.
A lasciarlo intendere è Valeria Fonte, scrittrice e attivista, una delle tre (insieme a Carlotta Vagnoli e Flavia Carlini) finite nella bufera per quelle chat piene di inulti a Mattarella, Lucarelli, Murgia, Chiara Valerio e Cecilia Sala. Nel pieno del caos mediatico, la femminista replica con una storia su Instagram: “Si sta consumando un reato collettivo in cui giornali, sconosciuti e finti santi stanno mangiando su frasi e pensieri che tutte le persone coinvolte ribadirebbero di fronte a un microfono creando uno scoop che non esiste”, scrive. “Non voglio davvero sapere che agganci ci siano per aver avuto accesso alle mie chat”, messaggi che “dovevano restare secretati e che ho ritrovato sui quotidiani”. “Pensate se questi agganci venissero usati per smascherare i governi fascisti, i mafiosi, i terroristi, aggiunge, “un giorno parleremo di come questa sia condivisione non consensuale di materiale intimo. Guardare nel cellulare di una persona senza consenso è come guardarle nelle mutande. Fino a quel giorno fate pure a gara a chi è più santo. I miei scheletri nell’armadio sono il disprezzo verso mezza classe politica e giornalistica. E i vostri?”.
Le chat di gruppo sono finite sui giornali perché incluse negli atti di una inchiesta che vede indagata la Fonte per reato di stalking, ma a cui partecipavano anche persone non coinvolte nell’indagine. “Questa non è una storia di quanto sono (e siamo) più o meno stronze – conclude la femminista – È, più banalmente, una storia di misoginia. Volta a colpire soprattutto donne (e amiche e amici che stanno loro intorno). Una storia di isolamento. Di gogna. Che voleva dimostrare cosa? Che in privato so usare anche le parolacce o le imprecazioni verso chi non mi piace?”.
La vicenda dall’inizio
Carlotta Vagnoli e Valeria Fonte, attiviste femministe note sui social, insieme alla scrittrice Benedetta Sabene, sono sotto indagine per stalking e diffamazione aggravata. La Procura di Monza accusa le tre donne di aver condotto una campagna denigratoria e offensiva contro due persone per oltre 23 mesi. Le vittime sarebbero un uomo, identificato come A.S., un giornalista e attivista, e Serena Mazzini, social media strategist conosciuta online come “Serena Doe”.
Secondo le accuse, le indagate avrebbero perseguitato le vittime con messaggi, post e contenuti diffusi tramite i social, causando stati d’ansia e cambiamenti nelle loro abitudini di vita. Il caso sembra essere nato dopo la rottura di una relazione sentimentale tra una delle indagate e A.S., seguito da accuse pubbliche di comportamenti manipolatori e abusanti. Mazzini, invece, sarebbe stata presa di mira per aver difeso pubblicamente l’uomo, scatenando accuse contro di lei di connivenza con misoginia e omofobia.
Il ruolo delle chat private
Gran parte del caso ruota attorno a conversazioni private emerse nel gruppo WhatsApp “Fascistelle“, al quale partecipavano Vagnoli e Fonte. Negli estratti delle chat, resi pubblici dalla giornalista Selvaggia Lucarelli, compaiono insulti verso personalità note come Sergio Mattarella, Michela Murgia, Cecilia Sala e Liliana Segre. Mattarella è stato definito “vecchio di m…”, mentre Segre è stata chiamata “quella vecchia nazi”. Anche Michela Murgia è stata insultata per presunte incoerenze personali, e Cecilia Sala è stata criticata in riferimento alla sua esperienza di rapimento.
Come reagiscono le indagate
Le tre indagate hanno respinto le accuse, definendo l’intero caso una distorsione dei fatti. Valeria Fonte ha denunciato pubblicamente la violazione della sua privacy e, tramite un post sui social, ha contestato la condivisione delle sue chat personali: “Pensate se queste risorse venissero impiegate per smascherare governi fascisti, mafiosi o terroristi.” Anche Carlotta Vagnoli ha criticato duramente l’esposizione delle conversazioni private, accusando Selvaggia Lucarelli di aver sfruttato metodi “fascisti” per punire i suoi “nemici”.
Le tre attiviste hanno inoltre fatto sapere che collaboreranno pienamente con la magistratura, ribadendo la legalità delle loro azioni e negando qualsiasi intento persecutorio.
La denuncia e l’inizio delle indagini
Le indagini sono iniziate nel 2024 dopo una denuncia presentata da A.S. e Serena Mazzini. L’uomo, accusato dalle indagate di essere un manipolatore, ha dichiarato di aver ricevuto una serie di attacchi che hanno influenzato negativamente la sua vita privata e professionale, arrivando a considerare il suicidio. Le campagne mediatiche contro di lui, compresi i cosiddetti “call out” sui social, avrebbero anche compromesso alcune sue opportunità lavorative.
A gennaio 2025, le abitazioni di Vagnoli, Fonte e Sabene sono state perquisite dalla polizia, che ha sequestrato smartphone e computer. Fonte ha raccontato di aver subito trattamenti invasivi, mentre Vagnoli ha dichiarato di essere stata serena durante l’intero procedimento, ribadendo la sua innocenza.
Le critiche alla diffusione delle chat
La pubblicazione delle chat da parte di Selvaggia Lucarelli, giornalista de Il Fatto Quotidiano, ha suscitato ampie polemiche. Fonte ha descritto l’accaduto come “un uso non consensuale di materiale intimo”, e Vagnoli ha definito l’articolo un esempio di cattivo giornalismo. Lucarelli giustifica la sua decisione riportando i contenuti delle conversazioni come prova del comportamento incoerente delle indagate, ma le accuse di violazione della privacy rimangono argomento di discussione.
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