Volkswagen mette il piede sull’acceleratore, ma nella direzione opposta rispetto a quella a cui ci si era abituati nei decenni dell’espansione globale: ridurre. E ridurre parecchio. Il gruppo tedesco sta infatti preparando un intervento pesante sulla propria struttura industriale mondiale, con un taglio della capacità produttiva che potrebbe arrivare fino a un milione di veicoli entro il 2028. Non si tratta di un aggiustamento cosmetico, ma di una revisione profonda che fotografa un cambio di fase ormai evidente: il mercato dell’auto, soprattutto in Europa, non è più quello dei tempi d’oro. Anzi, la crisi è senza fine.
A confermarlo è lo stesso amministratore delegato Oliver Blume, che in una conversazione con Manager Magazin ha messo nero su bianco il nuovo paradigma industriale del gruppo. La diagnosi è semplice e, per certi versi, spietata: “La sovraccapacità non è sostenibile nel lungo periodo”. Ancora più netto il giudizio sul passato recente: i modelli di previsione costruiti sui volumi storici “non sono più realistici” nel contesto attuale. Parole che non lasciano grandi margini di interpretazione.
E badate bene: la strategia di ridimensionamento non nasce oggi. Negli ultimi anni Volkswagen ha già eliminato circa un milione di unità di capacità produttiva in Cina. Ora il baricentro del taglio si sposta sull’Europa, dove è previsto un intervento analogo: un altro milione di unità in meno entro il 2028, concentrato sugli impianti dei marchi Volkswagen e Audi. Il risultato finale sarà una capacità produttiva globale ridotta dagli oltre 12 milioni di veicoli annui a circa 9 milioni. Un numero che, nelle intenzioni del management, dovrebbe essere più coerente con una domanda mondiale ormai stabilizzata e lontana dai picchi del passato. Senza dimenticare la piaga della transizione suicida: gli investimenti milionari per l’auto green hanno causato gravi danni a tutto il settore, soprattutto a quelle aziende – come Volkswagen, appunto – che hanno deciso di continuare a investire soldi su soldi nonostante la riluttanza dei consumatori a possedere veicoli alla spina.
Il punto centrale è il seguente: dopo la fase eccezionale della pandemia, il mercato si è assestato su livelli più bassi. Si parla di circa 9 milioni di auto l’anno, contro gli 11 milioni del 2019. Un ridimensionamento che non è ciclico, ma strutturale. E che si intreccia con una serie di fattori esterni: dai dazi commerciali introdotti negli Stati Uniti durante la presidenza di Donald Trump alla crescente competizione cinese, passando per la debolezza cronica del mercato europeo e le tensioni geopolitiche legate alla guerra in Medio Oriente. Blume, in questo quadro, rivendica comunque lo sforzo di efficientamento interno: “Stiamo facendo progressi senza precedenti nella riduzione dei costi, ma continuiamo a essere gravati da capacità in eccesso”.
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Dietro i numeri industriali c’è però inevitabilmente anche il tema occupazionale. Il riassetto della capacità produttiva si traduce infatti in un ridimensionamento del personale. Come evidenziato da Milano Finanza, a fine 2024 Volkswagen ha già raggiunto un accordo con il consiglio di fabbrica per la riduzione di 35 mila posti di lavoro in Germania. Ma il percorso non sembra finire qui: considerando anche gli altri marchi del gruppo, Porsche inclusa, il totale potrebbe arrivare a circa 50 mila posti in meno entro il 2030. Una dinamica che mostra come la ristrutturazione non sia marginale, ma centrale nella strategia di difesa dei margini e della sostenibilità finanziaria del gruppo. In altre parole: meno volumi, meno costi, meno occupati, almeno nella fase di transizione.
Nel frattempo, però, Volkswagen non rinuncia a cercare nuove leve di crescita fuori dall’Europa. Anche perchè non c’è altra strada. Gli Stati Uniti restano un obiettivo strategico, anche attraverso il progetto del marchio Scout, su cui il gruppo sta lavorando con attenzione. Non si escludono partnership industriali per condividere rischi e investimenti, mentre resta aperta anche l’ipotesi di una futura quotazione del brand. Intanto è in costruzione un nuovo stabilimento in Carolina del Sud, destinato a diventare uno dei perni del rilancio sul mercato nordamericano. Una doppia traiettoria, quindi: da un lato il ridimensionamento in Europa e Asia, dall’altro la ricerca di una nuova espansione negli Stati Uniti. Il tutto dentro un settore che non cresce più come un tempo e che obbliga anche i colossi storici a cambiare pelle. Qualcuno dovrà porsi delle domande prima o poi.
Franco Lodige, 21 aprile 2026
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