Secondo diversi osservatori l’operazione di Monte dei Paschi in Mediobanca sarebbe stata un’iniziativa sostanzialmente politica. E si continua a sostenere questa tesi anche di fronte ai concreti e impressionanti comportamenti del mercato. Forse bisognerebbe riflettere meglio su tutta la vicenda, ragionando innanzi tutto sulle sue radici. Finché Mediobanca è stata Mediobanca, la sua funzione di regia della grande industria italiana, quella che in gran parte ha consentito all’economia italiana di non dipendere solo dall’agricoltura e dal turismo, è stata una funzione profondamente politica e intrecciata alla vita dello Stato che con le tre Banche d’interesse nazionale controllava la proprietà dell’istituto guidato da Enrico Cuccia. In parte rilevante -si consideri solo come Giovanni Malagodi e Ugo La Malfa provenissero dal centro studi della Commerciale cioè dalla “mamma” di Mediobanca- la banca allora in via Filodrammatici, rappresentava quello che è stato considerato un po’ la testa del cosiddetto “quarto” partito italiano cioè oltre Dc, Pci e Psi, quello della borghesia industriale liberale.
Quando Giovanni Bazoli e Gianni Agnelli guidarono la destrutturazione della banca cucciana, diretta da Vicenzo Maranghi, quello che ne nacque fu un istituto anomalo dove la tradizione consentiva al management di controllare la proprietà senza che però ci fossero più le ragioni strutturali che giustificavano questo stile di comando alla Cuccia. E questo stile si è riprodotto anche in larga misura, in un’altra fondamentale istituzione finanziaria come le Generali. Forse andrebbe considerato come il governo via Monte dei Paschi abbia ridato peso a soci rilevanti come il gruppo Caltagirone e quello Exilor Luxottica, e sia dunque di fatto una vittoria del mercato su istituzioni diventate, in maniera anomala, autoreferenziali.
In questo contesto va anche considerato il ruolo di uno dei protagonisti della vicenda di cui si tratta, cioè Francesco Milleri (romano di nascita ma bocconian-fiorentino-newyorkese di formazione), che ha dato a tutta l’operazione, sulla scia del mandato che gli ha affidato prima di morire il Martinitt Leonardo Del Vecchio, salde radici “settentrionali”. Altro che marcia da Roma su Milano
C’è chi parla dell’Opas di Monte Paschi su Mediobanca come la conquista di un fortino antifascista superando così ogni soglia di ridicolo. Tra l’altro si dimentica come il proprietario del Messaggero oltre a rapporti assai stretti con il sindaco di Roma Roberto Gualtieri, ospiti pure come uno dei suoi principali editoralisti Romano Prodi anche per contrastare il primato al giornale della destra della Capitale cioè il Tempo. Sarebbe ora che una certa sinistra (anche quella più borghese) finisse di ragionare con il coltello tra i denti e si chiedesse perché anche il gruppo dirigente di Banca Intesa (un gruppo che via Giuseppe Guzzetti ha avuto rapporti con la politica, cioè con quel non poco che restava del potere della sinistra Dc, rapporti anche più solidi di quelli del Monte dei Paschi con il governo) ha guardato senza ostilità e preoccupazioni l’operazione Mediobanca-Monte dei Paschi.
Infatti è possibile che si apra oggi uno scenario di razionalizzazione che alla fine aiuterà tutti i grandi gruppi del credito. Con Intesa che, con merito, ha ereditato innanzi tutto il ruolo di Cariplo. Con Unicredit che sempre più può giocarsi in un prossimo futuro un ruolo di sostegno internazionale alla nostre imprese come quello che ebbero il Credito italiano e la Commerciale. E con una realtà articolata ma coordinabile tra Monte dei Paschi-Mediobanca e Generali che può aiutare a sostenere un rilancio di una grande industria oggi in affanno, evitando, magari, certe tentazioni di diventare colonie francesi.
Lodovico Festa, 12 settembre 2025
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