Politica

Ecco perché la sinistra coccola l’islam

Le radici profonde e striscianti della sinistra e dei suoi intellettuali affondano nell'Islam radicale: dopo l'Urss un perfetto modello di eguilitarismo e giustizia sociale contro l'Occidente

islam intellettuali © Hemera Technologies e dotshock tramite Canva.com
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Dalla noia al boia, cambia solo una consonante. E certo Jean Paul Sartre, filosofo e scrittore icona del comunismo militante autore de La Nausea (da molti gemellato a La Noia di Alberto Moravia), deve averlo pensato quando si sperticava in lodi per l’Ayatollah Ruhollah Khomeiny, per gli amici a patto che ne avesse, Khomeiny, guida suprema della Rivoluzione iraniana.

E ancora più di lui un altro “santino” del comunismo globale, Michel  Foucault, che con una mano (supponiamo la sinistra) scriveva il saggio “sorvegliare e punire” condannando il sistema e l’”ideologia” alle origini delle carceri nei Paesi occidentali, dall’altra si ergeva a grande fan della rivoluzione iraniana, il cui “sciismo”  era considerato per sua natura “anti-autoritario” visto che tutto il potere arrivava da Dio.

Tutti in adorazione “sotto il melo”

Quando qualche raro censore della cultura dominante si interroga sui perché della straordinaria sintonia fra sinistre specie europee, post marxisti, Centri sociali e Islam, forse dovrebbe perdere un po’ di tempo a rileggere le elegie dei due campioni francesi della cultura comunista. Non solo ospiti costanti del “sotto-melo”  (l’Ayatollah riceveva i suoi ospiti in giardino in posizione ieratica sotto un albero di melo), ma veri e propri corifei. Agli ospiti occidentali, sbavanti anti-occidentalismo e alla ricerca di formule nuove per annientare il capitalismo (dopo il flop dell’Unione sovietica) la guida suprema della futura Rivoluzione iraniana, si presentava alla fine degli anni settanta nella sua casa di Neauphle-le-Château, in Francia, come un Ghandi in versione musulmana.

Per Foucault, anche quando i primi rami degli alberi a Teheran cominciavano a piegarsi sotto il peso dei corpi degli omosessuali impiccati, e i volti femminili sparivano sotto il burka nero,  la spiritualità politica rappresentava la ricetta perfetta per lottare contro la modernità. Quella modernità occidentalizzante di cui lo Shah di Persia Reza Pahlevi era considerato un campione.

Jean-Paul Sartre e Michel Foucault vedevano nella Guida suprema una stella nascente, quasi un santo, un’icona in grado di realizzare una società di uguali. E ciò spiega anche l’assenza totale dall’avvento di Khomeiny a oggi, di qualsivoglia manifestazione femminista per difendere le donne iraniane lapidate, impiccate, incarcerate. O in tempi più recenti per urlare contro la pena di morte che in Iran, ma anche nella Gaza di Hamas, è la regola per punire l’omosessualità. All’insegna di un perfetto Me too o di un Black matter che  (con ricche donazioni) sono diventate negli anni l’inno delle grandi università, ma che mai e poi mai dovevano e devono sfiorare l’Islam radicale.

Nel Comitato di sostegno per l’āyatollāh

Sartre, che in precedenza si era già fatto affascinare da Stalin, Mao e Fidel Castro, partecipò a un comitato di sostegno per Khomeini.

Foucault invece si spinse oltre: viaggiò in Persia più volte prima e durante la rivoluzione. Impressionato dalle folle che gridavano «Islam, Islam, Khomeini, ti seguiamo», descrisse l’ayatollah nei suoi articoli di giornale come un santo e come un esule senza un soldo che sfidava un governo dispotico.

Sotto il melo la Guida suprema aveva rassicurato i giornalisti occidentali, proni davanti a lui (con la sola e unica eccezione di Oriana Fallaci) che ci sarebbero state «elezioni libere» in Iran e  di essere a favore della «libertà completa», poiché l’Islam era una religione progressista. E no, non avrebbe avuto un ruolo centrale nel nuovo governo.

Il 1º febbraio 1979, mentre la rivoluzione iraniana entrava nella sua fase finale, l’Ayatollah Khomeini, che aveva fatto leva sull’alleanza tra l’estrema sinistra e gli islamisti, tornò a Teheran dopo diversi anni di esilio. Il 31 marzo dello stesso anno proclamò la nascita della Repubblica Islamica, diventandone la Guida Suprema. Affidò ai suoi più stretti alleati la direzione dei ministeri di nuova creazione e sottopose l’Iran alla legge della Sharia ed espulse gli alleati di sinistra dalle camere del potere. Ma, in fondo, per gli intellettuali, non cambiava granchè: una rivoluzione è pur sempre una rivoluzione..

Nel 1978, gli intellettuali di sinistra negavano l’evidenza e sostenevano che l’islamismo non avrebbe mai messo radici in Iran, mentre Khomeini parlava del suo progetto di “governo islamico” già dagli anni di esilio in Iraq. Jean-Paul Sartre, che faceva parte di un comitato di sostegno all’Ayatollah Khomeini, arrivò persino a pronunciare questa frase significativa a proposito del filosofo iraniano Ali Shariati, che considerava l’ideologo della rivoluzione iraniana: «Non ho una religione, ma se dovessi sceglierne una, sarebbe quella di Shariati».

E poi l’America e Israele, oggetto di un nuovo anti sionismo e anti semitismo made in Islam, e con l’Iran rivoluzionario come bandiera. Nulla di meglio per gli intellettuali come Sartre e Foucault, alla ricerca di nuovi modelli un po’ meno scricchiolanti rispetto allo Stalin dei 60 milioni di morti e dei gulag.

Nell’ottobre 1978, Foucault scrisse sul Corriere della Sera e su Le Nouvel Observateur che si intravedevano già i contorni di un “governo islamico” in cui le libertà e le minoranze sarebbero state rispettate — finché ciò non avesse danneggiato gli altri.

Scriveva anche che uomini e donne avrebbero avuto uguali diritti davanti alla legge, e che la politica iraniana sarebbe stata guidata dalla volontà della maggioranza. Tutti avrebbero potuto chiedere conto del potere ai propri rappresentanti.

Eppure già nel 1970 nel suo libro Lo Stato Islamico, pubblicato nel 1970, Khomeini delineava un mondo mentale dominato da deliri e teorie del complotto. Al centro di tutto questo, c’erano gli ebrei.

Gli ebrei: che Dio li umili

Li descriveva come un popolo astuto e laborioso, il cui obiettivo era distruggere l’Islam e dominare il mondo. Scrisse persino che un giorno i persiani avrebbero potuto ritrovarsi governati da un ebreo:

«Che Dio li umili» — aggiungeva — «Dio ce ne scampi!»

In un discorso del 1964, definì Israele «la fonte di tutti i nostri problemi». La terra apparteneva ai musulmani, sosteneva, e la sua “liberazione” era un dovere religioso.

La storia qualcosa insegna, anche in tema di plagio. Ma i Pro-Pal non leggono molto. E nulla cambia. Nonostante l’orrore del pogrom commesso dall’organizzazione terroristica Hamas in Israele il 7 ottobre, alcuni leader de La France Insoumise (LFI) si ritrovano a sostenerla descrivendola come un “movimento di resistenza”, o trovando attenuanti per la milizia islamista sciita libanese Hezbollah, che riceve ordini da Teheran e bombarda senza tregua i civili nel nord di Israele. Inoltre, alcuni di loro, come Aymeric Caron, ritengono che vietare l’abaya nelle scuole sia un atto anti-laico, mentre Jean-Luc Mélenchon, dopo numerosi cambi di posizione, ha fatto del sostegno all’islam più anti-laico il proprio cavallo di battaglia.

Bruno Dardani, 11 agosto 2025

 

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