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Ecco perché Pelé si chiama Pelé

Ogni giorno uno sguardo esclusivo sul mondo sudamericano

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Ciao “Pilé” 

Oggi “è morto Pelé” è la frase più ricercata su Google, in tutte le lingue del mondo. Già questo basterebbe per capire che ieri è morto Edson ma che il nome di Pelé rimarrà a lungo scolpito nel cuore del mondo. Forse non per tanto quanto scrive oggi il New York Times, citando una frase di Andy Warhol – “Sei l’unica celebrità che, invece di durare 15 minuti, durerà 15 secoli” – ma sicuramente molto a lungo. Vale la pena raccontare la storia del soprannome che oggi è su tutte le prime pagine di giornali e siti web. A Edson Arantes do Nascimento, questo il suo vero nome, da bambino piaceva giocare in porta, ispirato dal portiere José Lino da Conceição Faustino, detto Bilé, un amico della squadra di suo padre, calciatore amatoriale, il Vasco de São Lourenço, nello stato del Minas Gerais.

Poiché Edson non riusciva a pronunciare correttamente il nome Bilé, durante le partitelle con i suoi amici, quando faceva una parata diceva qualcosa di simile a “Seguuura, Pilééé!”, ovvero “Prendilaaaa, Pilé”. Fu qui che i suoi amici, per sfotterlo, crearono il soprannome Pelé, che lui odiava. Ecco come nacque il nome di O Rei. Un altro aneddoto aiuta a fare capire le origini povere del grande genio del calcio brasiliano. Il padre di Pelé, “Seu Dondinho”, era un fattorino che consegnava bottiglie di latte al mattino, alto e forte era la stella del Campos Gerais, una squadra dello stato del Minas Gerais. Era considerato un eroe perché superava ogni difensore avversario e poi era solito segnare i suoi gol con i colpi di testa.

Altri tempi ma forse Dondinho era bravo quasi quanto il figlio. Finché un giorno, in una partita contro la squadra di Alfenas, Dondinho e la palla litigarono per 90 minuti. Dondinho forse era malato. La sua squadra, che giocava in casa, perse e i tifosi si infuriarono con lui. Il presidente del club, il fornaio Alcides, licenziò Dondinho che, a causa della furia della folla, dovette lasciare Campos Gerais e andò a vivere a Três Corações, dove entrò a far parte della squadra dell’Esercito e trovò l’amore. Si sposò quasi subito infatti e, nell’ottobre del 1940, nacque Pelé. Questo è forse l’unico caso in cui la rabbia della folla ha generato un re, O Rei.

La Giamaica decreta lo stato di emergenza per la criminalità

La misura presa per combattere la violenza delle bande, gli omicidi a contratto e le rapine è in vigore da ieri nella patria di Bob Marley.

Il governatore di Santa Cruz accusato di “terrorismo” rischia 20 anni di carcere

Luis Fernando Camacho è stato ‘catturato’ l’altroieri dal gruppo di élite dei Diavoli Rossi del regime che hanno rotto i vetri della sua auto mentre la parcheggiava sotto casa, sparando colpi di arma da fuoco. Il suo personale di sicurezza è stato bloccato da questi agenti speciali che erano in borghese ma armati fino ai denti. Trasportato a La Paz ieri è stato accusato di “terrorismo”. Rischia dai 15 ai 20 anni di carcere. “Sono stato rapito dalla giustizia del MAS (il Movimento al Socialismo di Evo Morales, ndr). La mia unica colpa è aver difeso la democrazia e, insieme a un intero popolo unito, aver fermato i brogli”, ha detto ieri avvalendosi della facoltà di non rispondere affinché le sue parole “non vengano distorte dal regime”.

La Procura ha chiesto poco fa 6 mesi di detenzione preventiva per Camacho che è imputato per quello che Morales chiama “il colpo di stato del 2019” e per il quale è in carcere da un anno e mezzo già l’ex presidente Añez. La Bolivia segue così il terrorismo di stato di Cuba, Venezuela e Nicaragua con un rapimento che fa del Governatore di Santa Cruz Luis il 194esimo prigioniero politico di Morales. Lo stesso modus operandi era stato seguito dal Movimento al Socialismo nel 2008, quando fu portato via a forza l’allora Governatore di Pando, Leopoldo Fernández.

Paolo Manzo, 30 dicembre 2022


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