
I riflettori dei media si sono concentrati sulle dichiarazioni del dittatore nord coreano Kim Jong Un e sulla sua visita a un cantiere segreto, o quasi, dove sarebbe in costruzione il primo sommergibile nucleare; notizia per altro ultra nota ai servizi di intelligence di tutti i principali Paesi occidentali che esprimono dubbi sulla capacità effettiva di realizzazione di questo mezzo.
E’ invece casualmente, o quasi, sfuggita la notizia più importante: il cantiere Philly Shipyard (protagonista di un consistente investimento negli arsenali negli Stati Uniti) di Hanwha ha confermato ufficialmente la capacità di costruire un sottomarino a propulsione nucleare per la Marina degli Stati Uniti, ha dichiarato Alex Wong, chief strategy officer globale del gruppo Hanwha in un comunicato della società sudcoreana diffuso due giorni fa.
«L’impegno del governo degli Stati Uniti verso la capacità dei sottomarini a propulsione nucleare, sia propria sia degli alleati, è molto forte» ha affermato Alex Wong strategy officer globale del gruppo Hanwha durante il media day di Hanwha presso il cantiere di Philadelphia aggiungendo : «Siamo pronti a mettere a disposizione la capacità di costruire quei sottomarini qui a Philly quando i governi saranno pronti».
Seul si è impegnata a investire 150 miliardi di dollari nel settore della cantieristica navale negli Stati Uniti, nell’ambito di un accordo commerciale firmato il mese scorso per ridurre i dazi statunitensi sulle importazioni di automobili coreane dal 25% al 15%.
Trump ha dichiarato in una conferenza stampa che Hanwha parteciperà, dopo la cancellazione del programma Constellation, a causa – ha affermato – dei tempi troppo lunghi di consegna, alla costruzione di fregate per la Marina degli Stati Uniti. Ha definito Hanwha «una buona azienda», facendo riferimento all’espansione pianificata da 5 miliardi di dollari del Philly Shipyard, acquistato nel 2024 dai coreani per 100 milioni di dollari.
Quaranta miliardi per potenziare i cantieri americani
La notizia di per sé è clamorosa, ma lo sono ancora di più quelle relative al piano marittimo complessivo degli Usa, comprendente – come da un report tracciato dal centro di analisi strategica Seacs – investimenti nei prossimi cinque anni per circa 400 miliardi in unità mercantili (dual use), mezzi navali militari e logistica; piano che prevede la collaborazione (con l’intera loro capacità cantieristica) di Finlandia, Corea del Sud, Giappone, Germania (protagonista come la Corea di forti investimenti negli Usa) e comprende anche una spesa per oltre 40 miliardi nell’ampliamento degli arsenali/cantieri navali negli Stati Uniti.
Con la cancellazione del programma Constellation nel cantiere Marinette, l’establishment americano ha riabilitato il concetto Liberty, ovvero navi fotocopia in grado di soddisfare tre condizioni ritenute irrinunciabili: unicità del progetto; semplificazione delle manutenzioni e delle riparazioni; definizione di una figura unica di main contractor in grado di subappaltare a singole unità produttive (nel caso anche fuori degli Stati Uniti), la costruzione delle nuove navi. Questo concetto è alla base dell’accordo che gli Stati Uniti hanno concluso con il gruppo cantieristico tedesco Damen diventato a tutti gli effetti la controparte della US Navy per un progetto che prevede la costruzione di almeno 25, con proiezione verso 40, fregate.
Analisi sulla nuova strategia per supernavi da combattimento
Il secondo pilastro della strategia Usa di revisione dello storico Jones Act trae origine dall’inefficienza provata sul campo dei rifornimenti in mare di carburante, ma specialmente di armamento e missili dai centri logistici alle zone di impegno della flotta e in particolare delle 12 portaerei posizionate in zona di sicurezza distante dalle coste cinesi. La scelta dell’amministrazione americana è ricaduta su navi più grandi multifunzione che potrebbero essere realizzate anche in Australia oltre che in Corea in tempi molto più rapidi. Navi della cosiddetta Trump class che comunque richiederanno un potenziamento immediato dell’industria cantieristica nazionale alla quale – come detto – sono stati destinati 40 miliardi di investimento.
Il piano marittimo Usa prevede anche un grande sforzo nella ricostruzione di una flotta mercantile strategica per il Paese con un timing stretto di nuove costruzioni specie in Paesi del Nord Europa, dove le nuove navi saranno finanziate da interessi americani e utilizzate attraverso formule di noleggio basate sul concetto del “dual use” civile e militare da armatori svedesi e norvegesi, in primis il gruppo Stena, con opzione di noleggiare altre navi di Paesi amici purchè non costruite nei cantieri cinesi. Secondo quanto emerge dall’analisi, il Piano marittimo Usa, nella sua complessità, rispecchia una doppia esigenza, militare-strategica ed economico-civile: con il collasso dell’automotive, gli Stati Uniti hanno individuato nella cantieristica l’industria labor intensive in grado di generare nei prossimi dieci anni un consistente numero di nuovi posti di lavoro in aree del Paese colpite dalla crisi industriale.
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