Finanziamento alle imprese. Può funzionare l’ipotesi Draghi

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La crisi da Covid-19 avrà effetti profondi e di lunga durata in un’economia italiana, mai guarita dagli effetti della crisi finanziaria 2008-2009 e da quella del debito sovrano 2011-2012, che si presenta all’inizio del secondo decennio del nuovo secolo in uno stato di recessione prospettica.

Nella Nota mensile sull’andamento dell’economia italiana, l’Istat, il 7 febbraio del 2020, certificava che il tasso di crescita del PIL per il 2019 si era attestato ad un misero 0,2 per cento. Un tale risultato era anche frutto di una crescita negativa, -0,3 per cento, dell’ultimo trimestre del 2019. L’Istituto rilevava altresì che gli indicatori sullo stato di fiducia dei due operatori fondamentali dell’economia, le famiglie e le imprese, si muovevano in modo discorde. Le aspettative dei consumatori erano crescenti, mentre l’indicatore del clima di fiducia delle imprese mostrava un peggioramento trainato in primis dal settore delle costruzioni e quindi dalla manifattura. In ragione di ciò l’indicatore anticipatore della congiuntura manteneva un orientamento negativo.

L’apparire del Covid-19 e la sua diffusione, i progressivi tentativi di arginare l’epidemia fino al lockdown per due settimane delle attività economiche non essenziali, hanno modificato radicalmente, in senso peggiorativo, le aspettative degli operatori e reso manifesta che la questione economica in cui dovrà dibattersi l’Italia sarà oltremodo complessa. Lo sarà perché la vicenda economica attuale coinvolge sia il lato della domanda, sia quello dell’offerta del sistema produttivo.

Fermo restando il paradosso delle previsioni, che le vede tanto più utili e necessarie quanto più sono difficili da fare, il quadro congiunturale che il Paese ha di fronte a sé è stato delineato con sufficiente chiarezza dal Centro Studi della Confindustria. E’ da questo che è necessario muovere.

Nell’ipotesi di scenario migliore, quello in cui si esca dall’emergenza sanitaria nel mese di maggio, il CSC stima una caduta del 10 % del PIL nel primo semestre del 2020, una caduta che si ridurrà al 6% a fine anno. Un risultato questo frutto di un’avversa dinamica attesa di tutte le componenti private della domanda: investimenti fissi lordi – 10,8%, consumi -6,8%, esportazioni -5,1%.   Parallelamente a ciò, il sostegno dato all’economia dalla spesa e dai trasferimenti pubblici porterà il Deficit del bilancio dello Stato al 5% ed il debito pubblico al 147% del PIL. Il tasso di disoccupazione salirà al 11,2%, 1,4 punti percentuali in più dall’inizio dell’anno.

Esiste un rischio quanto mai evidente che la crisi economica da Covid-19 possa essere più severa di quanto prevedibile nei mesi scorsi. I bollettini sanitari stanno certificando, giorno dopo giorno, la dimensione pandemica del virus e l’estensione del lockdown rendono più lontani i giorni della riacquisita normalità. Si accresce la consapevolezza che una depressione prolungata possa

comportare alla capacità produttiva del Paese danni permanenti connessi al possibile incremento del numero di fallimenti d’imprese industriali, commerciali e di servizi. Unitamente a ciò si sottolineano i limiti dei tradizionali strumenti della politica monetaria nonché i vincoli di finanziamento della politica fiscale.

In questo contesto di grande incertezza, Mario Draghi ha esortato, dalle colonne del Financial Times, i governi delle nazioni europee ad intervenire sull’economia in modo appropriato delineando un modus operandi della politica monetaria e creditizia che permetta al sistema bancario di ciascun paese di svolgere, accanto alle funzioni sue proprie, quella di strumento di politica economica. Un tale risultato può essere raggiunto nei limiti in cui, sono parole di Draghi, le banche devono cominciare rapidamente a prestare fondi a costo zero alle aziende disposte a salvare posti di lavoro, e poiché in questo modo diventano di fatto un veicolo di politiche pubbliche, il capitale di cui hanno bisogno per svolgere questa attività deve essere fornito dai governi, sotto forma di garanzie statali su ogni ulteriore concessione di linea di credito o di prestiti.”

La proposta, di per sé apprezzabile e condivisibile, va calata nella realtà istituzionale di ciascun paese.

Nel nostro Paese, il Fondo Centrale di Garanzia assiste fino all’80% i finanziamenti erogati alle piccole medie imprese. Le imprese medio grandi, possono ottenere oggi garanzie di pari importo attraverso la Cassa Depositi e Prestiti. Sotto questo profilo, l’adeguamento del sistema alla proposta Draghi consiste solo nell’accrescere la percentuale di finanziamento garantito fino al 100 %, per le nuove concessioni di credito. Sul versante dell’ampiezza e della durata dei finanziamenti si possono immaginare semplici ipotesi. La prima, l’ammontare dei finanziamenti per ogni singolo operatore va commisurato al valore dei pagamenti effettuati dall’impresa per salari, stipendi e fornitori nel primo semestre del 2019. La seconda, la forma tecnica del finanziamento va orientata verso quella del mutuo triennale con un preammortamento di 12 mesi. La terza, relativamente al tasso d’interesse questo non dovrebbe essere significativamente diverso dall’unità, considerato il costo del funding e la possibilità di rifinanziamento di queste linee di credito presso la BCE a tassi negativi attraverso la Targeted Longer Term Refinancing Operation, tutt’ora in corso nella versione TLTRO III.

L’ipotesi di Draghi è sicuramente efficace e facilmente implementabile. Il sistema bancario italiano ed il policy maker saranno all’altezza della sfida?

 

 

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