Investimenti, la lezione da imparare dal “lunedì nero” di Wall Street

Come un evento si è fissato nella memoria di un giovane investitore

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Black monday

Una ricorrenza e una storia italiana

Il 19 ottobre 1987 lavoravo da poco più di un anno nella società in cui ebbi il primo vero impiego: la Spei Leasing, una società dell’Imi, Istituto Mobiliare Italiano.

Entrai giovanissimo nel 1986, poco più che ventenne, e fui indirizzato all’Ufficio Contratti, ufficio in cui venivano espletate tutte le operazioni come l’acquisizione dei beni, la targatura dei mezzi, le importazioni, i riscatti anticipati, i subentri e le agevolazioni creditizie, il cuore dell’azienda quindi.

Insieme a me lavoravano altre quattro persone, più grandi di me, che – oltre a farmi un po’ da guide vista la loro esperienza – dopo qualche mese mi presentarono un loro ex-collega diventato consulente finanziario Fideuram.

E così divenni suo cliente: ricordo con una certa emozione la visita al suo ufficio in zona Monte Mario dove, con i miei primi risparmi, sottoscrissi un pic e un pac.

Il pic o Piano in Contanti, era un comparto obbligazionario (se non ricordo male Imirend), il pac o Piano di Accumulo, era ovviamente più aggressivo ed era il fondo azionario Imicapital (consiglio giustissimo).

Era il 1986 e in Italia c’era grande effervescenza intorno al mercato azionario: era l’epoca d’oro di Carlo De Benedetti e Gianni Agnelli, di Enrico Cuccia e Mediobanca, di Mario Schimberni e di Cesare Romiti, delle grida a Piazza Affari e delle operazioni in borsa (Montedison, Olivetti, la Fondiaria e la Fiat).

L’indice dei titoli italiani che aveva toccato i minimi storici alla fine del 1977 (indice Comit a 55) per poi iniziare una lenta risalita fino a 163 nel 1981 arrivò a toccare i massimi nella primavera del 1986 a 908 punti, era il boom degli anni ‘80.

Nel 1984 erano stati autorizzati i primi fondi comuni di investimento in Italia (il primo in assoluto fu proprio un fondo della Ras, l’allora Gestiras, oggi Allianz Euro Bond Strategy che molti miei clienti conoscono e hanno in portafoglio) che contribuirono al boom del mercato e anch’io, come ho detto sopra, volevo partecipare.

Nell’autunno del 1987 però accadde un evento destinato a rimanere negli annali dei mercati: il 19 ottobre, un lunedì (poi noto come il Black Monday), Wall Street perse in un solo giorno il 22%, la più grossa perdita mai registrata in un solo giorno di contrattazione.

Lo shock fu enorme e si temette l’inizio di una nuova grande depressione ma per fortuna i mercati (oltreoceano almeno) si ripresero abbastanza rapidamente nei mesi successivi.

In Italia invece fu la fine del rally della borsa per almeno due anni, e io non resistetti: nella primavera del 1988, prestando ascolto alle voci in ufficio (colleghi che avevano a loro volta disinvestito sulla base di considerazioni decisamente elaborate: “meglio togliere tutto adesso che i soldi ci sono ancora, pochi maledetti e subito”) chiesi al consulente di liquidare tutto e non valsero a nulla i suoi consigli sull’opportunità di non vendere nei momenti negativi, sulla normalità delle oscillazioni dei mercati, sulle potenzialità del lungo termine eccetera.

Non ci fu nulla da fare, feci come gli altri: “se tutti fanno così ci sarà un motivo!” (comportamento da “segui il gregge”).

Quello che non capii allora era che quelle oscillazioni erano una caratteristica dell’andamento dei mercati e che i ribassi della borsa non erano tragedie bensì occasioni di acquisto, soprattutto per chi aveva sottoscritto un piano di accumulo.

La ricorrenza del Lunedì Nero, caduta in settimana, è un’occasione per ripensare a ciò che accadde quel giorno e trarne – se possibile – un insegnamento.

A parte le considerazioni sul perché del crollo così rovinoso, finora mai perfettamente chiarite (si va da ragioni emotive, i mercati erano saliti troppo e si temeva un crollo poi autoalimentato, a ragioni tecniche, i sistemi di trading impostati per vendere automaticamente al verificarsi di alcune situazioni), l’aspetto più importante come al solito è relativo ai comportamenti degli investitori.

Che i mercati oscillino mi sembra fatto conclamato da oltre 100 anni di storia, che i comportamenti degli investitori però non abbiano tratto alcun insegnamento dalle esperienze precedenti mi sembra chiaro anch’esso.

Quel giorno, come dice il mio amico Carlo Benetti, “gli operatori – già nervosi temendo il crollo – si precipitarono tutti insieme verso l’uscita di sicurezza” e il mercato fece quel meno 22% rimasto nella storia.

Ma andiamo a vedere cosa successe in seguito: se noi avessimo investito 10.000 dollari il giorno prima del crollo (16 ottobre, venerdì), il lunedì a fine seduta avremmo visto il nostro gruzzolo diventare circa 7.800 dollari!!

Rimanendo investito, tra alti e bassi, l’indice risalì nei mesi successivi e ad aprile 1988 i miei risparmi sarebbero tornati a 9.200 dollari circa.

Il 20 ottobre 1988 il mio capitale sarebbe ritornato agli iniziali 10.000 dollari.

Se avessi avuto la pazienza, la costanza, la tenacia di tenere quei soldi investiti (nel mercato americano) in tutti gli anni successivi fino a oggi, quei famosi 10.000 dollari sarebbero diventati oltre 130.000…

Oggi, 34 anni dopo, voglio chiedere scusa a quel vecchio consulente – poi diventato dal 1995 un mio collega seppur in un’altra rete – per non avergli dato retta: quanto avrei guadagnato se avessi prestato ascolto ai suoi consigli?

 

Massimiliano Maccari

 

 

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