Allarme previdenza: gli effetti demografici impongono scelte forti e consapevoli

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Quando si parla di previdenza è interessante analizzare i dati attuali che ci permettono di comprendere come sia fondamentale fare le giuste scelte per un futuro più sereno.

Integrare la pensione non è più una scelta lungimirante, bensì un dovere e una responsabilità.

Solitamente la tendenza è quella di vivere il presente evitando di pensare ad una pianificazione per il nostro futuro che ci sembra sempre lontano.

Ma proviamo ad essere concreti e a soffermarci ad analizzare quei macrofenomeni in atto a livello mondiale che stanno portando a cambiamenti che rivoluzionano il mondo della previdenza.

Partiamo dalle belle notizie. L’aspettativa di vita si sta alzando anno dopo anno. Viviamo e vivremo tutti più a lungo. In particolare il nostro Paese ci da delle buone prospettive.

Guardiamo il grafico di seguito riportato. Ci mostra un trend di crescita piuttosto netto, anche se la recente pandemia ci ha riportati ai livelli del 2011, a 82 anni.

 

L’altra bella notizia è che l’Italia rappresenta il Paese con la popolazione maggiormente in salute e sana a livello mondiale, e questo nonostante la situazione economica ‘in difficoltà’.

Lo si desume dala classifica ‘Bloomberg Global Health Index’ su 163 Paesi. 

Nella classifica dei Paesi ‘più in salute’, dopo l’Italia, ci sono l’Islanda, la Svizzera, Singapore e l’Australia. Gli Usa sono al 34/mo Posto.

 

Oltre alle buone notizie però ci sono anche quelle più preoccupanti.

Se l’aspettativa di vita si allunga sempre di più, l’altro lato della medaglia è che non c’è ricambio generazionale. Se guardiamo insieme il grafico di seguito, possiamo notare chiaramente come dal 1926 al 2016 si è trasformata la struttura della popolazione italiana e questo fenomeno ha continuato nella medesima direzione fino ai nostri giorni.

Da una forma «a piramide» in cui nella parte bassa ci sono i giovani in gran quantità e nella alta i pochi anziani, si è passati ad una forma quasi capovolta.

Si desume quindi che oggi ci sono pochi giovani che devono mantenere tanti anziani in pensione. 

Se invece facciamo riferimento al tema “Giovani e lavoro” secondo i dati EUROSTAT, il tasso di occupazione giovanile in Italia è del 42,10%.

 

Con meno della metà (42,10%) dei giovani occupati su 100 residenti tra i 20 e 29 anni, il nostro Paese è ultimo, superati anche dalla Grecia a quota 43,80%.

Secondo il funzionamento del sistema previdenziale, questi sono coloro che dovrebbero pagare le pensioni dei nostri anziani.

 Ma se i giovani non lavorano? Quanto possono reggere i bilanci dello Stato?

In Italia la crescita della spesa per le prestazioni di protezione sociale nel 2020 rispetto al 2019 è stata del 9% fino a raggiungere il 33% del PIL – la terza quota più alta dopo Francia e Austria.

 

«Protezione sociale» vuol dire sanità, pensioni, sussidi per la disoccupazione, emergenza alloggi ed altro ancora.

Ma di questo 33% del PIL di «protezione sociale» quanto è dedicato alla previdenza?

Come si desume dal grafico di seguito la parte più ampia, in Italia, va proprio per le pensioni (parte in azzurro).

 

In Italia, le sole pensioni rappresentano la quota più alta fra i paesi Ocse e l’invecchiamento della popolazione provocherà una ulteriore pressione al rialzo.

A questo punto mi chiedo: è più probabile un ulteriore innalzamento delle tasse oppure un ridimensionamento dei servizi  tra cui quello più oneroso che è appunto quello previdenziale ?

Tutti questi dati, se analizzati insieme e attentamente, portano a riflettere sul fatto che la previdenza è un tema a cui bisogna pensare immediatamente.

Integrare la pensione non è più una scelta lungimirante, bensì un dovere e una responsabilità.

 

Emanuela Cappellazzo, 21 gennaio 2023

 

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