
L’Iran e il regime degli Ayatollah hanno oggi molti nemici, forse tanti come non mai, ma contro uno di questi nemici anche le Guardie della Rivoluzione sono inermi e possono solo assistere a quella che rischia di trasformarsi in una reazione a catena di potenza travolgente. Questo nemico si chiama acqua.
Dopo oltre dodici mesi di siccità che avevano spinto le Autorità a prendere in considerazione l’evacuazione dei quasi dieci milioni di iraniani concentrati nella capitale Teheran, due giorni di piogge torrenziali anziché alleviare la crisi, la hanno esasperata. Anche se – come sempre accade – le notizie specie dalle aree rurali, giungono in occidente con il contagocce e senza verifiche sul posto, intere città e villaggi sarebbero stati spazzati via dalla furia delle acque che, per contro, non riescono a penetrare nel terreno arido, non alimentano le falde acquifere alleviando sono di pochi giorni, la siccità che ha svuotato i principali bacini idrici che dovrebbero alimentare la capitale e altre città del Paese.
Veri e propri fiumi di fango hanno attraversato le aree desertiche che ormai coprono l’85% della superficie del Paese, e hanno costretto all’esodo migliaia di persone che non possono essere accolte – come accaduto in passato – a Teheran, dove l’erogazione dell’acqua è ormai da mesi, regolata e circoscritta a poche ore al giorno.
Dopo una delle estati più calde nella storia dell’Iran, quella che ormai viene definita la “grande bancarotta idrica” che chiama in causa precise responsabilità a carico del regime, ha un riflesso immediato e letale sulla crisi economica all’origine delle manifestazioni e dei cortei che attraversano ormai da quattro giorni le strade della capitale, ma anche di altre città come Isfahan. Nei giorni scorsi il governo dell’Ayatollah Khamenei aveva palesemente ordinato di “controllare” le manifestazioni attuate in prima battuta dai commercianti. Ma da alcune ore il quadro sta profondamente mutando. Ai commercianti si sono uniti gli operai che protestano contro il carovita e la carenza di generi alimentari, quindi gli studenti di tutte le principali università del Paese. Al punto che Il Ministero della Scienza dell’Iran ha ordinato il licenziamento dei responsabili della sicurezza in diverse università, a seguito di segnalazioni e critiche riguardanti il loro operato, sostituendoli con fedelissimi Guardiani della rivoluzione.
Le grida nelle piazze e nelle strade si concentrano sullo slogan “L’iraniano muore ma non accetta l’umiliazione” e sono scattati gli arresti con scontri, inclusi spari sulla folla, che vengono segnalati in tutte le città del Paese.
Indebolita dalla crisi dei principali alleati, dagli Houthi agli Hezbollah, dai raid dell’aviazione americana e israeliana, nonché dalle sanzioni, la teocrazia iraniana, affronta una crisi epocale, che trova conferma anche nel messaggio neanche troppo subliminale del premier israeliano Bibi Netanyahu ai manifestanti iraniani: “siamo con voi, siamo già in mezzo a voi”. Per altro il leader di Gerusalemme poche ore addietro aveva insistito con il presidente Trump per accelerare i tempi di uno strike decisivo dal cielo sull’Iran.
Secondo la Cnn quella in atto è la più grande ondata di proteste contro il regime degli Ayatollah dal 2022.
E due episodi stanno polarizzando l’attenzione forse per analogie con precedenti antichi e più recenti: il primo episodio si è verificato nell’isola di Hormuz dove le forti piogge hanno riproposto dopo anni il fenomeno della “pioggia di sangue” un massiccio versamento a mare di sabbie e detriti contenenti ossido di ferro che hanno tinto di rosso sangue il Golfo persico, ricordando una delle piaghe imposte da Mosè all’Egitto; il secondo episodio riguarda le vie di Teheran dove una sola persona, impegnata nelle manifestazioni contro il regime, si è seduta al centro della strada, impedendo o anche solo ritardando l’intervento della polizia. Una sfida al regime che ricorda quella, dell’ormai lontano 1989 in piazza Tienanmen contro il regime comunista di Pechino.
Secondo fonti di intelligence la protesta è destinata a montare nelle prossime ore, anche sulla spinta della crisi idrica e dell’esodo dalle campagne degli iraniani spazzati dall’alluvione in corso che ha spazzato via città, villaggi e terreni agricoli senza ricaricare le falde acquifere né ripristinare gli acquiferi esauriti.
Decenni di espansione urbana distruttiva, costruzione di dighe, trasferimenti idrici tra bacini e sfruttamento incontrollato delle acque sotterranee hanno compattato il suolo, aggravando i danni derivanti dalla espansione urbana, dalla degradazione del suolo e dalla estrazione di acqua sotterranea
Secondo il dottor Kaveh Madani, uno dei maggiori scienziati esperti in risorse idriche, che ha rilasciato dichiarazioni su Eye for Iran l’Iran non sta più affrontando una siccità tipica, ma quella che – come detto – può essere definita una bancarotta idrica, che inevitabilmente sfocia in una minaccia alla sicurezza, capace di compromettere la stabilità ambientale, la produttività economica, la coesione sociale e la stabilità politica.
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