
Matteo Salvini aveva giocato sull’anticipo e giovedì scorso da Palermo in occasione del convegno Noi, il Mediterraneo che ha tenuto a battesimo la nuova presidenza dello scalo, affidato a Annalisa Tardino, aveva preannunciato la luce verde definitiva (come immediatamente dato notizia da noi) alla riforma dei porti nell’imminente Consiglio dei ministri. Oggi, puntualmente, il CdM ha sciolto le riserve, non solo approvando un disegno di legge, che è finalizzato a istituire una sorta di holding pubblica di tutta la portualità italiana sulla falsariga della spagnola Puertos de Estado, ma anche ad avviare concretamente i primi passi della riforma complessiva del settore attesa dal 1994.
Secondo una nota del Consiglio dei Ministri questa riforma dei porti, introduce una visione unitaria, obiettivi chiari e responsabilità definite, ponendo le basi per un sistema portuale moderno, competitivo e pienamente integrato nelle grandi rotte del Mediterraneo e dell’Europa.
Al centro del nuovo assetto – prosegue il comunicato – vi è la nascita di Porti d’Italia Spa, una società pubblica partecipata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze e vigilata dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, chiamata a svolgere un ruolo di regia nazionale. La nuova società sarà responsabile della gestione dei grandi investimenti infrastrutturali strategici, della manutenzione straordinaria, dell’individuazione delle opere di interesse economico generale e della promozione unitaria del sistema portuale italiano sui mercati internazionali.
Le 16 Autorità di Sistema Portuale restano pienamente operative e mantengono la gestione territoriale degli scali, la manutenzione ordinaria e il rilascio delle concessioni, ma vengono “sollevate dal peso finanziario delle grandi opere”. Il nuovo equilibrio economico è garantito dalla capitalizzazione di Porti d’Italia Spa attraverso l’utilizzo degli avanzi di amministrazione non vincolati del sistema, consentendo alle Autorità di concentrarsi sull’efficienza operativa e sullo sviluppo locale.
Il termine “sollevate” evoca una pirandelliana “così è se vi pare”. La paura delle singole Autorità portuali, ma anche di molti operatori privati e di istituzioni di territorio, è proprio incentrata su questo “sollevate”, che priverebbe le singole Autorità dell’autonomia e del controllo sulle risorse pubbliche per realizzare le opere. Ma esiste il rovescio della medaglia che è poi la vera motivazione della riforma: evitare che ogni singolo porto progetti e realizzi opere “trendy” semza reali motivazioni di mercato, sperperando come accaduto per decenni denao pubblico in infrastrutture inutili. E’ sufficiente pensare ai terminal container, che sono proliferati in tutti i porti, anche in quelli minori, senza una benchè minima logica di domanda e offerta.
Il secondo grande tema che dovrebbe introdurre la riforma è lo snellimento della burocrazia, vero e proprio “cancro” della portualità e dell’intero sistema logistico italiano; ciò significa semplificazione delle procedure, accelerando l’approvazione dei Piani Regolatori Portuali, rendendo più rapidi i dragaggi e favorendo il riutilizzo dei materiali in un’ottica di economia circolare, rafforzando al contempo i poteri di vigilanza del Mit per garantire il rispetto dei tempi e delle regole.
Ma esiste anche un terzo aspetto non marginale. Quello relativo alla struttura, al costo e alla governance della nuova holding centrale, la Porti d’Italia. La Puertos de Estado spagnola ha più di 200 dipendenti, con il livello di professionalità altissimo: ingegneri, esperti in opere marittime, amministrativisti, legali, esperti in finanza. E sono in molti a chiedersi, ora che la riforma dovrebbe passare al Parlamento, e che proprio il ministero competente (quello delle infrastrutture e trasporti) denuncia una carenza di dirigenti e di tecnici, in quali serbatoi la Porti d’Italia potrà trovare e amalgamare nel tempo più breve possibile i suoi super-tecnici in portualità?
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