Economia

Coraggio Giorgetti, alza la soglia della flat tax

Portare la soglia del regime forfettario da 85 a 100mila euro sarebbe una nuova boccata di ossigeno per gli autonomi. Chi produce va premiato, non punito

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Un sistema fiscale non dovrebbe mai diventare un incentivo a lavorare di meno. Eppure, quando una soglia fiscale è troppo bassa o costruita in modo rigido, il rischio è proprio questo: trasformare la crescita di un professionista o di una piccola attività in un problema da evitare. È arrivato il momento di ripensare il regime forfettario. Non basta chiedere semplicemente di aumentare il limite degli 85mila euro. Occorre una riforma più organica, capace di adeguare la soglia alla realtà economica, accompagnare chi cresce e rendere più coerente il meccanismo di determinazione del reddito.

85mila euro non sono più quelli di una volta

L’inflazione ha cambiato il valore reale del denaro. Sono aumentati i prezzi, le tariffe professionali, i costi dei servizi e, in generale, il valore nominale delle operazioni economiche. Un’attività che oggi fattura 85mila euro non ha necessariamente la stessa dimensione economica di un’attività che raggiungeva la stessa cifra diversi anni fa.

Per questo 100mila euro dovrebbe essere il nuovo limite di riferimento, non per trasformare il forfettario in un regime destinato alle imprese di grandi dimensioni, ma per mantenerlo coerente con la sua funzione: semplificare gli adempimenti e offrire un sistema fiscale proporzionato a professionisti, autonomi e piccole attività.

Il paradosso: crescere può diventare sconveniente

C’è però un problema ancora più serio. Se superare una soglia significa affrontare improvvisamente un sistema fiscale e amministrativo molto più complesso, quella soglia rischia di diventare un vero e proprio tetto alla crescita.

E allora può accadere l’assurdo: un professionista vicino al limite valuta se accettare un nuovo incarico non soltanto sulla base della sua convenienza economica, ma anche sulla base del rischio di superare la soglia. Ma il fisco dovrebbe fare l’esatto contrario: dovrebbe premiare chi cresce, non spingerlo a fermarsi.

Quando il superamento è soltanto apparente

Il problema diventa ancora più evidente per molti professionisti. Immaginiamo un professionista che per tre anni abbia prodotto ricavi nell’ordine dei 60-70mila euro. Un’attività stabile, senza particolari variazioni. Poi arriva un incarico importante, magari della durata di due o tre anni. Il compenso viene pattuito e incassato alla conclusione dell’incarico.

In un singolo anno il professionista potrebbe quindi trovarsi a superare i 100mila euro. Ma possiamo davvero dire che la sua attività sia diventata improvvisamente un’attività di dimensioni superiori? Io credo di no. Quel dato può essere semplicemente il risultato della modalità di pagamento di un incarico pluriennale. Ed è proprio qui che una norma troppo rigida rischia di essere ingiusta: confondere un picco di incassi con una crescita strutturale dell’attività è un errore oggettivo.

Due anni per uscire dal forfettario

La soluzione potrebbe essere semplice. Portare il limite ordinario a 100mila euro e prevedere, contestualmente, un meccanismo di uscita graduale. Chi supera la soglia non dovrebbe essere automaticamente costretto a cambiare regime dall’oggi al domani. Si potrebbe prevedere un periodo transitorio di due anni, entro una soglia massima da stabilire, durante il quale il contribuente possa continuare ad applicare il forfettario.

Se il superamento diventa stabile, si passa al regime ordinario; se invece si tratta di un episodio isolato, magari determinato proprio dall’incasso di un incarico pluriennale, non si dovrebbe distruggere l’equilibrio fiscale costruito negli anni. È una questione di buon senso prima ancora che di tecnica tributaria.

Alzare la soglia non significa regalare qualcosa

Ed è qui che entra in gioco il secondo pilastro della riforma. Se si aumenta il limite dei ricavi, bisogna rivedere anche i coefficienti di redditività. Il regime forfettario determina infatti il reddito applicando ai ricavi o compensi una percentuale predeterminata in relazione all’attività esercitata. Se il limite viene portato a 100.000 euro, è ragionevole chiedersi se quelle percentuali siano ancora adeguate.

La risposta dovrebbe essere una revisione dei coefficienti, possibilmente al rialzo sulla base dell’evoluzione dei costi e della redditività effettiva delle diverse attività. In altre parole: più spazio per crescere, ma anche una quota di reddito presunto aggiornata. È questo che rende la proposta equilibrata: una riforma e non un semplice aumento del tetto. La proposta, quindi, dovrebbe essere chiara:

  • 100mila euro come nuovo limite ordinario;
  • due anni di transizione in caso di superamento, entro una soglia massima;
  • revisione dei coefficienti di redditività, con percentuali aggiornate;
  • un sistema che distingua il superamento occasionale dalla crescita strutturale.

Non si tratta di allargare indiscriminatamente un’agevolazione, si tratta di costruire un regime che sia più aderente alla realtà economica e che non produca effetti distorsivi.

Il fisco deve accompagnare la crescita

La vera questione alla fine è culturale. Vogliamo un sistema fiscale che dica a un professionista: «Se cresci troppo, esci dal regime»? Oppure vogliamo un sistema che dica: «Se cresci, ti accompagno gradualmente verso una struttura fiscale più adeguata alla tua nuova dimensione»? La seconda strada è quella che dovrebbe scegliere un Paese che vuole incentivare il lavoro autonomo, la professionalità e la crescita delle piccole attività. Alzare il limite a 100mila euro, rivedere i coefficienti e introdurre un’uscita graduale di due anni non significa fare un regalo ai forfettari.

Significa eliminare una distorsione, significa riconoscere che 85mila euro non possono essere una cifra immutabile in un’economia che cambia, e significa soprattutto affermare un principio molto semplice: Il successo di un’attività non può diventare, per effetto del sistema fiscale, il suo principale problema.

Massimo Micheli, 13 settembre 2026

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