Guerra al coronavirus: avamposto Milano

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Non è finita, ma sta seguendo le previsioni dei modelli che avevamo riportato nelle ultime comunicazioni: la curva sta flettendo. L’asimmetria dei focolai renderà la coda molto lunga. Ma come dicono gli inglesi, l’importante è appiattire la curva dei contagi, più che tentare di annullarli del tutto. Ufficialmente la Cina sembra riuscita ad annullarli, ma alcune news che filtrano da Hong Kong rappresentano una realtà diversa: la crisi sanitaria sembra finita su “comando politico”, cosa diversa dalla risoluzione sanitaria. Chi sa di Cina conosce quanto sia importante per loro il non perdere la faccia ed una gestione politica dell’informazione non stupirebbe nessuno.

Sul fronte estero la Germania fa la prima della classe: grazie ad una capacità di programmazione invidiabile (sistema sanitario ben organizzato), in presenza delle medesime curve italiane di diffusione, ha finora tenuto a livelli minimi i suoi tassi di mortalità. Vero che hanno avuto il tempo di prepararsi e forse – come in Cina – anche di gestire il consenso, tenendo sotto traccia la diffusione del virus nelle prime settimane. L’istituto Koch – l’autorità preposta alle analisi epidemiologiche in Germania – a fine febbraio parlava di una ondata straordinaria di influenza virale, senza attribuirla al Covid 19. La stessa vituperata UK con il suo non sempre amato leader Boris Johnson (BoJo) ha seguito la sua linea, non tanto diversa da quella italiana. In Uk hanno preso tempo, hanno compattato la sanità pubblica con quella privata e, gradualmente, dalla teoria del Gregge sono passati ad un lock down crescente, dimostrando che le due cose (Herd & Lock down) sono solo due aspetti della medesima strategia di contenimento della curva di contagio, in attesa di farmaci e vaccini.

Per l’Italia inizia a porsi la questione che da settimane proviamo a sollecitare: quale exit strategy.  Confindustria timidamente inizia a dire che bloccare tutto avrebbe un costo insostenibile per il paese: ogni mese bruciamo, malcontati, 130 miliardi di PIL e non sono i pannicelli caldi delle manovre approvate a poter sostituire – a debito – il vero Pil del paese. Ma al momento non sembra una posizione politicamente abbastanza forte e dotata di consenso. I sindacati minacciano lo sciopero, INPS propone il reddito di cittadinanza per tutti. Trasformare l’Italia da media potenza industriale con le sue ottime eccellenze ed una imprenditoria diffusa, in terra di elemosina alla mercé dei poteri forti internazionali, non sembra difficile e nemmeno richiede molto tempo. Potrebbero bastare 2 mesi di blocco totale.

Per evitarlo, bisogna già sapere quale strategia di uscita, sapendo che il decreto governativo che dichiara debellata l’epidemia per “comando politico” difficilmente potrà arrivare, almeno qui in occidente.

Le ricette sono molte: diremmo che fra queste il far ripartire gli investimenti, a partire dalle infrastrutture sarebbe opportuno. A partire da un ripensamento del sistema sanitario, strutturale e non emergenziale, sia a livello locale che nazionale (il coordinamento e l’approvvigionamento sono stati approssimativi, a non voler inferire). Ma in quanto ad infrastrutture abbiamo tanto da fare. Usare i fondi europei per gestire emergenze o politiche populiste (anche in buona fede) potrebbe non essere cosa buona e giusta. Abbiamo bisogno, nel nostro piccolo, di una sanità efficiente come quella tedesca. I medici non mancano (o almeno questo dicono le statistiche internazionali), manca invece il personale infermieristico, investimenti e processi. Processi vuol dire anche flessibilità dei sistemi: la capacità “agile” (“antifragile” direbbe Taleb) di convertire un nosocomio in una struttura per le emergenze in una settimana sembra essere una caratteristiche che il sistema tedesco ha; il nostro no. Infatti i nostri malati stanno nei corridoi, quando riescono ad entrare in ospedale.

Altro punto necessario: far ripartire i consumi: che significa essenzialmente far reggere l’occupazione e dare una ragionevole prospettiva di sostenibilità economica alle famiglie. Oggi abbiamo i consumi a zero (ad eccezione di quelli alimentari e di pochi altri), le propensioni al consumo invece si sono ridotte di circa 1/3, che significa che una eventuale riapertura ci riporterebbe in tempi brevi attorno ai 2/3 dei consumi precedenti, per poi rientrare verso il 100% in una prospettiva di mesi. Una prospettiva che lascerebbe l’Italia ferita ma non defunta. Su questo punto le imprese possono esercitare una forte attività di responsabilità sociale, che potrebbe andare oltre la giusta beneficenza e supporto alle strutture sanitarie di cui si legge in questi giorni. Ad esempio applicando lo statement di Daimler in Germania: “facciamo a meno di sussidi statali e garantiamo al nostro personale che non ci saranno licenziamenti”. Coraggioso? Si, ci vogliono capitani coraggiosi, anche nelle imprese, che guardino meno alla prossima trimestrale (che sarà semplicemente inguardabile) e di più al futuro.

I capitani coraggiosi servirebbero anche in politica. Alcuni commentatori sostengono che il governo ne uscirà rafforzato. Non crediamo sia così, anche se non avremmo nulla in contrario se succedesse.

Il governo non ha ben performato (direttamente e attraverso il braccio della Protezione Civile): si è dimostrato ondivago, con strutture di coordinamento non rodate e tensioni varie con le regioni. Il bistrattato BoJo il patto fra sanità pubblica e privata per un uso integrato delle risorse sanitarie l’ha firmato quasi alla prima settimana di contagio Inglese. Della Protezione Civile – da rifondare – eviteremmo di parlare.

Le autorità locali (i Governatori ad esempio): hanno cercato di fare del loro meglio, di certo, ma hanno dimostrato – forse giustamente – più abilità di gestori dell’ordinario che di leader dell’emergenza. I migliori sistemi sanitari regionali sono andati in crisi anche perché erano il meglio che avevamo in Italia, non quello che avremmo dovuto avere. La stampa internazionale che analizza il caso Italia scrive chiaramente che la quota dei nostri morti dipende solo in parte dalla maggiore quota di anziani in Italia (25% circa da noi, in Germania il 21% e in Uk il 18% circa). In realtà, dipende dal fatto che sono state prese di sorpresa proprio le strutture sanitarie che si sono dimostrate – purtroppo – degli efficienti hub di diffusione del virus. Possiamo e dobbiamo parlare dell’eroismo quotidiano del nostro personale medico e paramedico. Ma è cattiva tradizione del paese che i nostri eroi siano degli “Enrico Toti”: in trincea, menomati, che gettano contro il nemico l’unica cosa rimasta nelle loro mani: la stampella. I nostri anziani sono morti negli ospedali e nelle “case protette” (protette da cosa?). Quelle RSA dove le famiglie – vista la modestia del welfare nazionale – spesso hanno pagato rette di migliaia di euro al mese per  far “proteggere” i propri anziani.

Invece di correre dietro ai runner per le strade, i governatori forse dovrebbero prima ragionare su questi aspetti, direttamente sotto la loro responsabilità. Non è una accusa, lo stato della sanità non dipende da quanto fatto negli ultimi 2 mesi; leggiamola almeno come una lista delle cose da fare per ridare una prospettiva al paese.

Di certo gli issue politici cambieranno nei prossimi mesi andando verso le prossime elezioni politiche ed amministrative. Per quello che si è visto sembrano emergere nuovi spazi per forze politiche che sappiano interpretare il nuovo sentiment dei prossimi mesi. Non sappiamo se saranno le forze governative o dell’opposizione. Al momento entrambe, nelle loro articolazioni e diversità di posizione, sembrano molto deboli nella capacità di leadership per una nuova Italia. Il sacrificio degli italiani (sul versante sanitario, sociale e quello economico che sta per arrivare) merita qualcosa di più.

 

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