Economia

Il grande risiko dei poteri: ecco chi comanda davvero in Italia

Dalle banche a Confindustria, fino ai sindacati: apparati, poltrone e milioni mentre gli iscritti diminuiscono. Il vero gioco è tutto qui

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il risiko dei corpi intermedi, passando dall’ABI a Confindustria, fino ai sindacati. Il presidente dei banchieri, Antonio Patuelli, non sbagliava a definirsi “Gimmy, quello furbo.” Faceva parte, insieme a Raffaello Morelli ed Enzo Palumbo, del terzetto di vicesegretari del vecchio PLI di Alfredo Biondi che era stato ribattezzato “i tre porcellini”.

Mentre il sistema bancario italiano è attraversato dall’ennesimo risiko, fatto di OPS, scalate, alleanze variabili, interventi a zigzag del Governo, assurde minacce di golden power, silenzi della Consob, richiami dell’Antitrust e occhiatacce della BCE, Patuelli è ancora lì, quando al Quirinale c’era ancora Napolitano. E Palazzo Altieri continua ad avere un padrone di casa che non molla, con una foresteria sempre attiva, dove si può gustare quello che gli habitué considerano il miglior menu di pesce di Roma.

Ma chi rappresenta davvero, oggi, l’ABI, così come gli altri corpi intermedi, da Confindustria ai sindacati? L’impressione è che l’ABI sia diventata soprattutto la casa delle banche medio-piccole. Curiosamente, proprio quelle sulle quali la Vigilanza di Banca d’Italia, molto ridimensionata dalla BCE, riesce spesso a mostrare i muscoli. E qui non manca un paradosso: alla progressiva riduzione dei poteri non è corrisposto un analogo ridimensionamento della macchina di via Nazionale che conserva migliaia di dipendenti e livelli retributivi record.

In questo senso, il caso italiano presenta anche una peculiarità. Le grandi associazioni bancarie europee — dal Bundesverband deutscher Banken alla Fédération Bancaire Française, fino all’Asociación Española de Banca — svolgono soprattutto una funzione tecnica e di rappresentanza istituzionale. In nessuno di questi Paesi, però, il presidente dell’associazione bancaria nazionale è diventato una figura quasi permanente della vita pubblica.

Naturalmente, Patuelli non è arrivato fin qui per caso. Appassionato di Dante e del Risorgimento, anima radical chic liberale, imprenditore agricolo e banchiere, dopo l’esperienza parlamentare è tornato a Ravenna, costruendo intorno alla Cassa di Ravenna una rete di relazioni formidabile. L’ABI, però, è soltanto un capitolo. La vera questione riguarda l’intero sistema della rappresentanza dei cosiddetti corpi intermedi. Ai tempi di Andreotti, Fanfani e Craxi, dietro Confindustria, i sindacati e le grandi associazioni esistevano eserciti di iscritti, imprese e lavoratori.

Oggi quel mondo è profondamente cambiato. Le imprese dialogano direttamente con Roma e Bruxelles mentre le piattaforme digitali hanno trasformato il lavoro e l’intelligenza artificiale riduce i costi organizzativi. Eppure gli apparati non prevedono cure dimagranti.

Caso da manuale è Confindustria: una macchina elefantiaca che, fra due anni, il successore di Emanuele Orsini sarà chiamato a rifondare, mettendo anzitutto mano a costi che gli industriali non riescono più a sopportare. Un’urgenza indifferibile, visto che alcune grandi aziende pubbliche stanno valutando di uscire dal sistema. Tuttavia la domanda non è se Confindustria debba esistere, ma se un apparato di queste dimensioni con così tante articolazioni sia ancora interamente giustificato dalla funzione che svolge.

Lo stesso interrogativo riguarda il sindacato. CGIL, CISL e UIL, guidate rispettivamente da Maurizio Landini, Daniela Fumarola e Pierpaolo Bombardieri, restano le tre grandi corazzate della rappresentanza dei lavoratori, con un esercito di decine di migliaia di dipendenti. Dietro di loro si muove però una vera e propria flottiglia: UGL, CISAL, CONFSAL, USB, CUB, federazioni di categoria e una rete di strutture nazionali, regionali e territoriali.

Un sistema vastissimo di sedi, segreterie, federazioni, fondazioni, patronati, distacchi, aspettative e permessi. Eppure il numero veramente interessante è un altro: quante persone, sommando pubblico e privato, lavorano negli apparati della rappresentanza attraverso distacchi, aspettative e permessi? E quanto costa complessivamente questa macchina? Nessuno lo sa.

Ovviamente non si vuole abolire il sindacato, ma oggi sorge una domanda legittima: nell’epoca dello smart working, delle piattaforme digitali e di un mercato del lavoro completamente trasformato, quanto dell’apparato costruito nel Novecento serve ancora a rappresentare il lavoratore e quanto serve ormai a rappresentare soprattutto l’apparato stesso?

È un interrogativo che potrebbe incuriosire soprattutto la ministra del Lavoro, Marina Calderone, che gode della stima e dell’amicizia della premier Giorgia Meloni. Per diciassette anni, dal 2005 al 2022, Calderone ha presieduto il Consiglio nazionale dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro. Poi è diventata ministra e alla presidenza dell’Ordine è arrivato suo marito, Rosario De Luca.

Calderone conosce dall’interno il mondo delle professioni organizzate e degli organismi di rappresentanza. Perché non applicare anche a questi apparati lo stesso principio di efficienza richiesto alle imprese?

La questione dovrebbe interessare anche il MEF. Giancarlo Giorgetti ha chiesto alle partecipate di stringere la cinghia sulle spese considerate non essenziali e, secondo i bisbigli, la stretta avrebbe riguardato persino le sponsorizzazioni di Eni, Poste, TIM e Ferrovie, della Nazionale di calcio. Una scelta dettata esclusivamente da criteri di rigore o nella quale pesa anche la scarsa sintonia con il nuovo presidente della FIGC, Giovanni Malagò?

E non finisce qui. Giorgetti ha aperto un altro fronte chiedendo la piena applicazione del decreto Dignità sulla pubblicità delle scommesse, mettendo nel mirino anche i siti “.news”, “.sport” e “.live” con cui i bookmaker hanno aggirato il divieto. Un’altra grana per Malagò e per la Lega Serie A, che da quelle sponsorizzazioni ricava decine di milioni: più che una stretta, comincia ad assomigliare a una guerra al pallone che Ezio Simonelli, autorevole presidente della Lega, sarà chiamato a mediare. Teoricamente il criterio dovrebbe valere per tutti. E forse non servirebbero commissioni, osservatori o nuovi convegni. Basterebbe un semplice foglio Excel.

Da una parte: iscritti effettivi, aziende aderenti, lavoratori realmente rappresentati, pratiche svolte e servizi concretamente erogati. Dall’altra: sedi, dipendenti, dirigenti e relativi compensi, distacchi, aspettative, permessi, fondazioni, società partecipate, consigli di amministrazione e costi complessivi di funzionamento. Poi una divisione elementare: quanto costa l’apparato per ogni iscritto, impresa o lavoratore rappresentato e quanto di quella spesa si traduce davvero in servizi?

Andreotti avrebbe chiesto quanti voti portavano, Craxi quanti iscritti avevano. Cossiga avrebbe probabilmente impugnato il piccone. Oggi basterebbe una calcolatrice. Se gli iscritti diminuiscono mentre aumentano sedi, consigli di amministrazione e organismi, non è più l’apparato a rappresentare gli iscritti, ma sono gli iscritti che finiscono per rappresentare l’apparato. Perché, forse, il vero risiko italiano non è quello delle banche, ma quello dei corpi intermedi che non sanno confrontarsi con una società in trasformazione.

Luigi Bisignani per Il Tempo, 9 agosto 2026

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