Inflazione e tassi in rialzo: l’Italia a un bivio

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Quando fu fondata l’Unione Europea, e soprattutto quando si decise di adottare l’euro ed una politica monetaria e finanziaria comune, l’intento era non solo quello di agevolare la libera circolazione di cittadini e capitali ma anche livellare (verso l’alto) le economie più deboli.

Com’è noto a tutti però la teoria è totalmente differente dalla pratica, o realtà che dir si voglia, e gli interessi dei Paesi più ricchi e stabili hanno fatto sì che si generasse ciò che conosciamo tutti come Europa a due velocità.

Ciò è accaduto perché Paesi che non avevano i requisiti sono stati ammessi in momenti in cui non erano pronti ed i cui governi non hanno compreso che per loro l’adesione (monetaria) era più un danno che un beneficio, ed è ciò che è accaduto all’Italia, Spagna, Portogallo e Grecia della quale conosciamo la storia.

Restando nell’ambito dei nostri confini la realtà è che l’entrata nell’euro in quel momento, ed al cambio impostoci, ha generato una perdita di competitività e di esportazioni per le nostre aziende e delle limitazioni per i nostri produttori agricoli, non a caso prima dell’euro eravamo tra le prime quattro economie al mondo e la prima industria manifatturiera ma soprattutto avevamo una reputazione come brand Italia irraggiungibile da chiunque; oggi ?

Abbiamo circa il 20% dei grandi nomi che avevamo e che hanno reso grande il nostro Paese nel mondo (grandi aziende vendute a gruppi esteri o semplicemente arrivate al default) e le cause sono da addebitarsi soprattutto all’entrata nell’euro nel momento sbagliato perché questo genere di errori si paga a lungo termine e non nell’immediato.

Naturalmente, sic stantibus rebus, come direbbero i latini, la politica monetaria dell’Unione non sarebbe dovuta essere comune, soprattutto in termini di tassi o QE, bensì parametrata tenendo conto del debito pubblico di ogni Stato membro, del tasso di disoccupazione, degli NPL (crediti deteriorati) e del tasso di crescita; ciò sempre restando fedeli a quei princìpi ispiratori secondo i quali tutti i Paesi dovevano essere livellati verso l’alto in termini economico-sociali, princìpi naturalmente disattesi.

In parole povere la finanza speculativa e la ferrea difesa degli interessi delle Nazioni più floride hanno prevalso sui suddetti presupposti e conseguenza di ciò è stato il default della Grecia e le difficoltà perenni dei quattro Paesi denominati anche in un noto serial tv PIGS (che non traduco ma mi limito a menzionare … Portogallo, Italia, Grecia, Spagna).

 

Inoltre è un ulteriore dato di fatto inconfutabile la posizione rigida dei Paesi nordeuropei nei confronti di quelli mediterranei, o famosi PIGS, in merito ad indebitamento e propensione ad aiuti economici (ovvero altro debito), ed a tal proposito sono stati innumerevoli gli scontri in seno all’Unione tra gli esponenti dei Paesi che propendevano per la linea del rigore e quelli, tra cui il nostro, che erano, e sono, costantemente oltre i parametri che regolano il rapporto tra PIL e debito pubblico; siamo sopravvissuti nonostante tutto grazie all’abile mediazione di Draghi quando era a capo della BCE ma oggi che l’Unione è guidata da esponenti provenienti da Paesi che protendono per la linea del rigore o ci si adegua o si soccombe, ed a tal proposito vi invito a leggere un precedente articolo strettamente collegato a quanto esposto nel presente, potete reperirlo al seguente link: https://www.nicolaporro.it/economia-finanza/economia/azienda-italia-perche-e-stato-scelto-draghi-come-ceo/ .

 

Dopo questa doverosa ed ampia premessa veniamo al punto nodale della questione, ovvero la decisione della BCE di innalzare i tassi, ufficialmente per contrastare l’inflazione, e naturalmente non tenendo conto della famosa Europa a due velocità bensì considerando la media di tutti i paesi membri; contemporaneamente è stata anche annunciata la fine del QE (quantitative easing).

Ne consegue che gli Stati più indebitati e con parametro debito/PIL più elevato, e con bassi livelli di occupazione saranno ulteriormente penalizzati e tenderanno ad avvicinarsi al cosiddetto default nel caso (non remoto) in cui non vi sia una repentina inversione di marcia in termini di crescita, occupazione (con relativo innalzamento dei salari) e politica del credito da parte delle banche, oltre ad una severa lotta all’evasione ed una riduzione sensibile della pressione fiscale, nonché un rilancio dei settori strategici funzionali alla crescita con relativo controllo della corruzione e delle lentezze burocratiche che paralizzano il nostro Paese; con tutto l’ottimismo possibile, è molto improbabile che nel nostro caso si cambi rotta in uno/due anni generando numeri da record perché tali dovranno essere visto che l’Italia parte dagli abissi sotto lo zero.

Contrariamente, i Paesi con economie stabili e credibili non avvertiranno, se non in maniera lieve, gli aumenti dei tassi e, considerando che l’UE prima o poi ci chiederà conto dei debiti, che in ogni caso dovremo restituire, saremo costretti con molta probabilità a vendere (o svendere) pezzi di Paese (come accaduto in Grecia) per onorare i debiti, e gli acquirenti saranno proprio gli Stati che hanno sempre avuto economie stabili.

Ecco perché, nelle condizioni attuali specifiche del nostro Paese, considerando soprattutto che l’inflazione attuale è figlia del Covid e relativa accelerazione dopo lo scoppio del conflitto Russo-Ucraino, l’aumento dei tassi è un errore sebbene sia in linea con le famose regole dell’economia (che nel nostro Paese sono state sovvertite, leggere sempre precedente articolo al link già indicato).

L’aumento dei tassi è l’unica soluzione adeguata a frenare l’inflazione ? Ovviamente no ma essendo legati ad una politica monetaria comune non possiamo adottare vie differenti e pertanto saremo costretti a subire anni durissimi.

L’inflazione non è altro che un virus economico che va tenuto a bada, quando alza la testa ogni rimedio è concesso; nello specifico l’aumento dei tassi è un metodo semplice ma non ideale per Paesi come il nostro con tutte le citate criticità ed ha la sola funzione di trasferire ricchezza (ovvero soldi già depauperati di potere d’acquisto a causa dell’inflazione ed ulteriormente svalutati dall’aumento dei tassi) dai cittadini allo Stato, attraverso l’imposizione fiscale, ed alle banche tramite maggiori aggravi per chi ha crediti a tassi variabili o chi stipula a tasso fisso o cambia dal variabile.

Tutto ciò si potrebbe evitare con un consistente aumento dei salari abbondantemente oltre il limite dell’inflazione e degli aumenti dei tassi.

Pertanto, considerando che non vi sarà alcun consistente aumento dei salari, una delle soluzioni per l’Italia attuale sarebbe stata quella di imporre dei limiti ai prezzi lasciando invariati i tassi.

Le conseguenze di questa decisione della BCE, sempre che non vi sia il citato improbabile repentino cambio di rotta nel nostro Paese, condurranno sempre più cittadini al limite della soglia di povertà (già abbastanza elevata) ed un aumento degli NPL, una diminuzione dei consumi (e conseguente crisi delle PMI in primis) e soprattutto un maggiore aggravio per lo Stato considerando sia che viene a mancare il QE sia gli interessi da pagare sui titoli di Stato e, la cosa più pericolosa, l’affidabilità nel rimborsare il debito.

Ecco perché aderire alla moneta unica sarebbe dovuto essere un passo ponderato e non considerata una necessità per non perdere il treno, nella nostra situazione rischiamo di perdere il Paese.

Antonino Papa, 12 giugno 2022

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