La svolta green non sarà né facile né indolore ma necessaria: ecco perchè

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Un ambizioso progetto, composto di ambiziose iniziative per conseguire degli ambiziosissimi obiettivi. In questo modo, non privo di una certa ridondanza, potremmo definire le misure recentemente adottate dalla Commissione Europea che, in ottemperanza con quanto previsto dal Green deal del 2019, hanno lo scopo di rendere l’UE il primo continente a impatto climatico zero entro il 2050, partendo proprio dalla riduzione delle emissioni nette di gas a effetto serra di almeno il 55 % entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990.

Riguardo la necessità di una transizione verso un modello economico, energetico e sociale maggiormente sostenibile tutti siamo d’accordo, tuttavia, è giusto anche tenere conto del fatto che questo passaggio non sarà né facile né indolore. È bene quindi organizzarsi fin da subito ad affrontare un processo evolutivo che coinvolgerà tanto l’approccio pratico quanto quello filosofico all’economia, conducendo l’intera Unione Europea in una nuova dimensione in cui, è bene dirlo con chiarezza, potenzialmente potremmo dover affrontare anche una fase di ulteriore riduzione degli occupati.

Un assaggio di quello che ci aspetta nei prossimi mesi per la definitiva adozione delle misure in ambito green tra Parlamento e Consiglio UE, lo abbiamo già avuto in questi giorni osservando la contrapposizione all’interno dello stesso Parlamento europeo in cui le due ali si sono confrontate ribadendo i rispettivi slogan. Da un lato “l’ecologia e l’economia non sono in contrasto” e dall’altro “no alla surrettizia deindustrializzazione dell’Europa”.

E, in effetti, la strada più giusta da seguire sarebbe quella che conduce ad una soluzione che allo stesso tempo mantiene fede agli impegni (giusti) presi senza farne sentire eccessivamente il peso dal punto di vista dello sviluppo, dell’impiego e, infine, anche della sostenibilità sociale delle famiglie. L’Europa sta cercando, con i vari piani di rilancio nazionali, di venire fuori da quella che è stata sostanzialmente una doppia mazzata a famiglie e imprese: la crisi del 2008 e quella legata alla pandemia.

L’aspetto non è di poco conto, perché se vogliamo vivere in ecosistema maggiormente sostenibile lo deve essere anche la fase di transizione per raggiungerlo, tanto è vero che come riconosciuto dalla stessa Commissione “le politiche climatiche rischiano di esercitare nel breve periodo un’ulteriore pressione sulle famiglie, gli utenti dei trasporti e le microimprese più vulnerabili”. Per far fronte a questa possibilissima eventualità la Commissione è intenzionata ad istituire un “nuovo Fondo sociale per il clima il cui obiettivo è assegnare finanziamenti specifici agli Stati membri per aiutare i cittadini a investire nell’efficienza energetica”, ma ciò potrebbe non essere sufficiente a compensare i costi sociali ed economici della transizione. Banalmente, non possiamo più permetterci di perdere ancora occupati, ne va della tenuta dell’intera società europea.

 

A questo punto, le questioni cruciali da affrontare sono sostanzialmente due.

La prima riguarda il modello socio-economico verso il quale vogliamo tendere. È chiaro, infatti, che il green deal sia strettamente collegato alla strategia per la digitalizzazione dell’Unione, ciò però implica la necessità di mettere a terra programmi specifici di formazione ed inserimento lavorativo, tesi ad evitare il paradosso di finire col vivere in un bellissimo mondo in cui nessuno sa cosa e come fare. La transizione deve pertanto esserlo anche dal punto di vista delle competenze, conducendo ad un reskilling della popolazione ma anche alla rimodulazione convinta delle abitudini, lungi dall’essere delle semplici imposizioni imposte dall’alto.

La seconda questione concerne, invece, il ruolo internazionale che l’UE intende ricoprire, perché sebbene il progetto di essere il primo continente ad emissioni zero sia più che ammirevole, gli europei non possono trovarsi da soli in questo passo. È anzi doveroso agire dal punto di vista diplomatico per coinvolgere nella transizione anche i principali player mondiali.

Nei prossimi anni, infatti, il confronto geopolitico prenderà sempre di più una forma variabile, modulare ed intercambiale all’interno della quale si giocheranno tante diverse partite in cui saranno necessarie numerose e diverse sponde, passando dall’ambiente alle valute digitali, dalla tutela dei dati e della privacy alle rotte migratorie, eccetera. In questo contesto, “la geopolitica della sostenibilità ecologica” rappresenta uno dei principali tavoli al quale è indispensabile far sedere gli americani e i cinesi, giocando di sponda per quanto riguarda l’Africa e la Russia con cui rimarranno evidenti legami di influenza ed interdipendenza.

I piani critici di confronto sono pertanto due, uno interno ed uno esterno, strettamente connessi tra loro da “terminazioni nervose” estremamente sensibili. La strategia UE rappresenta il primo passo verso un nuovo mondo che, nel 2050 sarà a prescindere molto diverso da oggi e frutto di diverse innovazioni, per questo il processo di transizione va fin da oggi concepito per essere inclusivo e coinvolgente anche nel pieno rispetto delle particolarità, mantenendo salda la consapevolezza che la flessibilità potrebbe essere la migliore alleate per evitare che il passaggio diventi esclusivamente traumatico, ed infine, infruttuoso.  

 

Maurizio Pimpinella

 

 

 

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