La lunga estate calda

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Bretton Woods

 

La prima estate era calda non solo per le temperature; eravamo infatti nel 1944 e la seconda guerra mondiale era ancora in corso. In una località del New Hampshire, nella cittadina di Bretton Woods, al Mount Washington Hotel, dal 1° al 22 Luglio del 1944, i rappresentanti delle nazioni alleate si incontrarono per definire gli accordi che avrebbero presieduto e fatto da cornice alla ricostruzione post-bellica.

Tutti erano consapevoli che si doveva evitare di tornare ad un sistema di relazioni e commerci che aveva condotto al caos monetario tra le due guerre, in particolare nel periodo della Grande Depressione.

Negli anni ‘30 infatti i governi avevano usato la leva della svalutazione per far crescere le proprie esportazioni e ridurre il deficit commerciale; tali politiche avevano danneggiato gli altri Stati portando a una spirale perversa di riduzione della domanda, enorme aumento della disoccupazione e crollo del commercio mondiale.

Uno dei punti più importanti dell’accordo fu che tutte le valute dovevano essere convertibili in dollari, per cui i commerci internazionali erano perlopiù denominati in dollari, e che le banche centrali dei vari Paesi dovevano mantenere un cambio stabile con il dollaro, intervenendo laddove necessario per riallineare la parità fissata (la svalutazione era permessa solo in casi eccezionali).

Il sistema era basato su rapporti di cambio fissi tra le valute, tutte agganciate al dollaro, il quale – a sua volta – era agganciato all’oro (Gold Exchange Standard).

Gli Stati Uniti uscirono assolutamente vincenti da Bretton Woods e il dollaro divenne la valuta di riferimento mondiale (sistema dollaro-centrico); inoltre gli Usa potevano emettere valuta senza particolari controlli, fatto che portò durante il periodo della Guerra del Vietnam a un notevole aumento della massa di dollari in circolazione con relativo aumento dell’inflazione esportata verso le altre nazioni.

Come abbiamo visto in precedenza gli accordi funzionarono abbastanza bene per diversi anni portando stabilità e progresso nei commerci e favorendo la ripresa economica.

Durante gli anni ‘60 però l’esplosione della spesa pubblica a causa della Guerra in Vietnam e del progetto Great Society del presidente Lyndon B. Johnson mandarono in crisi il sistema; le altre nazioni, in particolare la Francia di De Gaulle, chiedevano a gran voce di poter convertire le loro riserve in oro.

E arriviamo così alla seconda estate; è il 15 agosto del 1971, e il Presidente Nixon sorprese gli americani (e il resto del mondo) interrompendo il noto programma televisivo Bonanza e annunciando al mondo la sospensione unilaterale della convertibilità del dollaro in oro, era la fine degli accordi di Bretton Woods e del gold exchange standard.

I cambi potevano fluttuare liberamente e i governi poterono iniziare a finanziare la spesa pubblica emettendo moneta.

Nel 1973 poi con il primo shock petrolifero il connubio tra prezzi delle materie prime in aumento e crescita della massa monetaria portò all’esplosione dell’inflazione. Da quel momento il valore reale (al netto cioè dell’inflazione) delle monete (prendo in particolare il dollaro come esempio) inizia a declinare e il potere di acquisto risulta in costante diminuzione.

E arriviamo alla nostra di estate: è il 2021 e uno degli argomenti più volte reiterati in questi mesi (e spesso ripreso anche da me su queste pagine) è l’enorme massa di denaro depositata nei conti correnti, in Italia ma anche nel resto del mondo.

 

Cosa ci può insegnare il passato?

Che, parlando di inflazione, se ne sottovaluta l’impatto: come si vede dall’immagine precedente il potere di acquisto di 1 dollaro nel 1971 è sei volte quello attuale.

Essendo trascorsi tanti anni dall’inflazione a due cifre che mangiava letteralmente i risparmi degli italiani negli anni ‘70 e ’80 ci siamo dimenticati del prezzo del pane e della benzina che aumentava ogni mese falcidiando il potere d’acquisto dei lavoratori a stipendio fisso, delle domeniche a piedi a causa dell’austerity, dei miniassegni (invenzione delle banche italiane dovuta alla scarsità di monete metalliche causata dall’inflazione).

Come sappiamo l’inflazione venne poi sconfitta, o almeno ricondotta nell’alveo della normalità durante gli anni ottanta; negli ultimi anni addirittura abbiamo dovuto fare i conti con la deflazione (situazione peggiore dell’inflazione) a causa della Grande Crisi Finanziaria del 2008, della Crisi dei Debiti Sovrani del 2010-2012 e della pandemia nello scorso anno.

Ma tutta la moneta immessa nel sistema in questi anni ha creato le premesse per una ripresa del processo inflattivo: dalla ripresa economica post-covid, alla massa monetaria esplosa a livelli mai visti, all’aumento del prezzo del petrolio e delle materie prime ai colli di bottiglia nell’approvvigionamento di alcuni beni; un cocktail pericoloso.

 

La domanda che tutti si pongono è: sarà un ritorno temporaneo o strutturale?

Se fosse di breve termine (come pensano le banche centrali) non ci saranno grandi problemi, se invece fosse un fenomeno duraturo allora le cose cambierebbero.

Quale sarebbe l’effetto di un’inflazione del 4-5% sui depositi di conto corrente? E su quella parte dei risparmi investita in titoli a tasso fisso? O sulla parte – cospicua – delle gestioni separate assicurative (in gran parte investite anch’esse in titoli di stato a tasso fisso) che restituiscono attualmente l’1% o poco più?

Una massa enorme di denaro che vedrebbe intaccato sempre di più il suo valore reale.

Il risparmiatore rischia di ritrovarsi come nella famosa situazione raccontata dal filosofo e anarchico statunitense Noam Chomsky: l’essere umano ha la capacità di adattarsi a situazioni spiacevoli e dannose senza reagire.

L’esempio è quello della rana bollita: “Immaginate un pentolone pieno d’acqua fredda nel quale nuota tranquillamente una rana. Il fuoco è acceso sotto la pentola, l’acqua si riscalda pian piano. Presto diventa tiepida. La rana la trova piuttosto gradevole e continua a nuotare. La temperatura sale. Adesso l’acqua è calda. Un po’ più di quanto la rana non apprezzi. Si stanca un po’, tuttavia non si spaventa. L’acqua adesso è davvero troppo calda. La rana la trova molto sgradevole, ma si è indebolita, non ha la forza di reagire. Allora sopporta e non fa nulla. Intanto la temperatura sale ancora, fino al momento in cui la rana finisce – semplicemente – morta bollita. Se la stessa rana fosse stata immersa direttamente nell’acqua a 50° avrebbe dato un forte colpo di zampa, sarebbe balzata subito fuori dal pentolone.” (Tratto dal libro “Media e Potere” di Noam Chomsky).

Ecco perché i risparmiatori italiani dovrebbero fare una seria valutazione sulla effettiva necessità di detenere cifre importanti sui propri conti correnti: se tali importi sono destinati a impieghi a breve scadenza ovviamente nessun problema, è una scelta condivisibile e addirittura consigliabile vista la scarsità di alternative (anzi è il caso di prestare grande attenzione a quelle sirene che cantano continuamente allettando gli ingenui, vedi articolo di oggi sul Sole 24 Ore della Bcc for Web, banca online che stava per saltare…).

Discorso diverso invece se su quegli importi non c’è una data di scadenza conosciuta o – ancor di più – se l’obiettivo è di lungo periodo (parliamo di anni); in questo secondo caso il rischio vero è quello di lasciarli fermi sul conto alla mercé di inflazione, tasse e balzelli vari che ne minano realmente la sicurezza molto più di quelle oscillazioni che tanto spaventano i risparmiatori.

Come cantava Bennato nella sua splendida “Il covo dei pirati” riferito a Wendy –  “oramai che lo sai dai pirati che cosa ti puoi aspettare, è proprio questo il tuo vantaggio e non ci rinunciare” (i pirati sono i mercati finanziari e il tuo vantaggio è sapere che le oscillazioni fanno parte dell’investimento e non fartene spaventare).

 

 

Massimiliano Maccari

 

 

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