Parità di genere in finanza? Il futuro che vogliamo.

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Sono trascorsi ormai dieci anni dalla Normativa che ha introdotto le quote rosa in Piazza Affari. Come tutti sappiamo, la legge Golfo-Mosca, approvata nel 2011, prevede che, in tutte le società quotate, almeno un terzo dei posti sia assegnato al sesso femminile per quanto riguarda gli organi di governo. Facciamo insieme un bilancio di questi dieci anni, per capire se e come qualcosa è cambiato e cosa, invece, è ancora necessario fare affinché la parità di genere sia effettiva.

 

Innanzitutto, io credo che grazie alla normativa qualcosa si sia mosso, ma non ritengo che sia avvenuto il cambiamento auspicato. Mi spiego meglio: di fatto l’introduzione delle quote rosa ha portato ad un aumento dei ruoli dirigenziali e alla presenza all’interno dei board da parte delle donne, tra l’altro con risultati migliori rispetto al minimo imposto dalla legge.

È vero, se nel 2011 le donne presenti nei board delle 40 società quotate presenti nel Ftse Mib erano solo un 5,7%, a fine 2019 raggiungevano il 35,5%, a fronte del minimo imposto al 33,3%.

Questo fa ben sperare.

D’altra parte, però, la parità tanto agognata non è minimamente sfiorata nei ruoli apicali, fermo restando che anche l’aumento delle top manager è marginale rispetto alla presenza maschile nonché rispetto all’input dato dalla normativa stessa.

Se è pur vero che nei ruoli dirigenziali le donne sono aumentate dal 11,9% al 17,6% in 10 anni, è altrettanto vero che sono ancora nettamente meno rispetto alla presenza maschile.

In particolare, ciò che salta agli occhi è che non c’è nessuna donna a capo di una delle 40 società quotate sul Ftse Mib e che, nelle società controllate pubbliche, alle donne vengono “concessi” ruoli di mera rappresentanza senza deleghe esecutive. Mi sembra evidente che sia piuttosto arduo, soprattutto in Italia, abbattere schemi e pregiudizi che vedono sempre la figura dell’uomo a ricoprire ruoli di potere.

 

Non so esattamente l’intera sequenza dei perchè i miei colleghi uomini facciano fatica a riconoscere in toto la professionalità delle donne. Per me è talmente dovuto che, per assurdo, non dovremmo neppure aver bisogno delle quote rosa, dal momento che una donna dovrebbe poter ricoprire ruoli di potere semplicemente perchè se lo merita. So però che l’Italia deve colmare il gap di genere, che è un ulteriore deficit rispetto ad altri paesi europei ed extraeuropei, dove le donne ricoprono anche ruoli apicali di governo, come, ad esempio, in Germania e Nuova Zelanda.

 

Ma non solo. All’estero, soprattutto nel Regno Unito, negli Stati Uniti e nei Paesi del nord Europa, molti fondi istituzionali stanno prendendo seri provvedimenti in merito alla parità di genere e, in generale, al fatto che il sesso femminile sia rappresentato e rappresentativo a 360° nelle società quotate in Borsa. Questo tipo di iniziative e “prese di posizione” manca totalmente, a mio modo di vedere, in Italia. Perché?

 

Perchè siamo retrogradi. Perché è più facile mantenere lo status quo che alimentare il cambiamento. Sono convinto, purtroppo, che gli effetti della cultura ESG, negli aspetti Social e Governance, si faranno sentire anche in Italia. Il purtroppo è perchè accadrà per inerzia, di conseguenza e non proattivamente.

Avremmo l’opportunità di essere alla guida del cambiamento verso un futuro in cui inclusione, integrazione e parità fossero valori introiettati e metabolizzati nella nostra società, prima ancora che nel lavoro, eppure abbiamo di fronte a noi ancora molti ostacoli da abbattere.

Basti pensare al mondo delle banche, in cui ancora la parità di genere sembra essere un’eccezione alla regola. Sappiamo che Bnl è un unicum in Italia e che gli Emirati Arabi, non certamente conosciuti per la parità di genere, sono riusciti ad accettare una donna al vertice di una banca prima di quanto l’abbiamo fatto noi.

La strada che dobbiamo ancora fare è molta e le Normative sono solo una conditio sine qua non, non la soluzione definitiva al problema perché il livello del problema non è solo legale ma, in primis, culturale. Tutto un intero sistema di valori, pregiudizi, abitudini ed educazione è il primo ostacolo da affrontare se vogliamo che qualcosa cambi.

 

In altre parole, il pregiudizio culturale è talmente radicato che solo una politica sociale radicale può combatterlo: c’è bisogno di un cambio di mentalità, non solo di normative! C’è bisogno di scardinare il potere maschile, che ancora oggi si esprime nella politica, nella finanza e nel mondo bancario, attraverso un sistema di welfare che promuova la conciliazione vita/lavoro per le donne e attraverso l’educazione nelle scuole.

Come possiamo sperare che qualcosa cambi realmente se le idee restano le stesse? Come possiamo credere che la parità di genere diventi effettiva se continuiamo ad usare “due pesi e due misure”? Molto spesso le donne hanno difficoltà a conciliare il precario equilibrio tra la vita e il lavoro, dovendo spesso scegliere se occuparsi della famiglia o della carriera. Questo out-out deriva innanzitutto da una concezione antiquata per cui non è neppure previsto che una donna madre possa anche voler fare carriera o viceversa, e, solo in secondo luogo, dal fatto che non c’è un sistema socio-economico che tuteli questo prezioso e vitale diritto.

Vale lo stesso per l’educazione ai nostri ragazzi e ragazze, un’educazione, in Italia, che non considera minimamente la cultura finanziaria e le opportunità che da essa derivano non solo per i singoli ma per il bene e il progresso dell’intera società. Sono le idee che mettono in moto le azioni, ed è per questo che l’educazione è la base per la trasformazione culturale.

 Il futuro che vogliamo parte da qui.

 

Vito Ferito

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