Ogni guerra ha danni collaterali, specie se si conclude con una pseudo intesa del quale si faticano a capire i contenuti concreti visibili e ancora di più quelli nascosti. E fra i danni collaterali, nel silenzio generale dei media occidentali, non figura solo l’inaffidabilità delle grandi piazze finanziare e commerciali dei Paesi del Golfo, oppure la nascente e in rapido sviluppo industria turistica.
Su Hormuz e sulle incertezze del transito che si protrarranno probabilmente per mesi, non è affondato, ma rischia di vedere il suo utilizzo post-posto di anni anche uno dei più grandi porti container del mondo e il sistema di ferrovie e di strade che da questo scalo commerciale letteralmente scavato nel deserto avrebbero dovuto collegarlo con la Turchia e da lì con l’Europa.
Si tratta del mega porto di Gran Faw, un colosso da 16 miliardi di investimento, tutto in territorio iraqeno progettato dall’italiana Technital (che ne dirige i lavori) per ospitare le più grandi navi container in esercizio sulla rotta fra l’Estremo Oriente e l’Europa, e progettate per scalare nei porti sorti come funghi proprio nel Golfo Persico.
Sul destino e sulle possibilità di questo porto per il quale ora si vocifera di traffici infra-Golfo Persico (un po’ come costruire un grattacielo per ospitare una cantina) le incertezze derivano dal futuro dello Stretto di Hormuz (fonti non ufficiali parlano di almeno tre mesi per avere la certezza di non imbattersi in mine); ma a peggiorare la situazione hanno concorso anche le recentissime elezioni politiche in Iran che hanno avuto come conseguenza una epurazione dei funzionari pro-Iran nei ministeri la cui competenza si estende per l’appunto sulle nuove infrastrutture e sul porto di Al Faw. Porto che dovrebbe ospitare una importante base della Marina militare irakena, oltre che un terminal container faraonico dotato di una banchina di oltre 2 chilometri di lunghezza e di piazzali con una profondità di 600 metri.
Nel porto risultato completate le opere di banchinamento, quelli di dragaggio, in particolare nel canale di ingresso al bacino portuale per un totale di 230 milioni di metri cubi di sabbia rimossi dai fondali, nonché quelli di una doga che per lunghezza ha conquistato a oggi, con i suoi 16 chilometri di estensione, il primato mondiale.
Il Consorzio italiano che è guidato dalla veronese Technital ha realizzato anche un tunnel sottomarino lungo un chilometro per collegare il nuovo gigantesco scalo di Gran Faw con il vicino porto di Umm Qasr, vicino al confine con il Kuwait.
Sempre secondo voci insistenti la guerra in Iran avrebbe colto l’Iraq e quindi Bagdad nel bel mezzo delle trattative per individuare un gruppo internazionale al quale affidare in concessione il maxi terminal container e l’attenzione si era polarizzata su interessi cinesi che altro vantano un rapporto preferenziale sia con le imprese di costruzione sia con la coreana Daewoo che ha costruito l’opera.
E il porto di Gran Faw sembra essere la punta dell’iceberg di una network di infrastrutture di trasporto ed energia che erano state progettate o sono in fase di costruzione in Arabia Saudita, negli Emirati e in Oman. Stato, quest’ultimo che sta respirando un’aria a dir poco frizzante: il suo territorio è diventato improvvisamente strategico non solo nella lontana prospettiva di un canale scavato nel deserto che consenta di evitare la strettoia di Hormuz, ma anche per il transito di oleodotti, di autostrade e ferrovie per rompere l’isolamento e l’assedio dei Paesi che si affacciano sul Golfo.
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Immagine generata da AI tramite GPT Image 1.5 di OpenAI


