Ilva al collasso, 4mila in cassa integrazione

La Procura sequestra un altoforno, ora ne resta in funzione solamente uno.

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Urso ilva taranto

La ex Ilva, oggi Acciaierie d’Italia, è al collasso. Tra un problema industriale, una causa legale e le proteste degli ambientalisti, il gruppo ha ormai in funzione un solo altoforno e gli operai in cassa integrazione straordinaria sono aumentati a 4mila su un totale di circa 10mila dipendenti. La produzione di acciaio, metallo fondamentale per le grandi infrastrutture del nostro Paese, è ai minimi termini.

Un pasticcio colossale da cui non si viene a capo, mentre nella stanza accanto proseguono difficili trattative con Baku Steel. Il gruppo, sostenuto dal fondo statale dell’Azerbaijan, dovrebbe sostanzialmente accettare di pagare per comperare un polo siderurgico agonizzante. Semi-morto.

Del progetto Acciaierie d’Italia è infatti rimasto poco più del nome altisonante. L’ultimo problema è stato l’incendio divampato mercoledì scorso, perché la Procura di Taranto ha risposto all’incidente disponendo il sequestro dell’Altoforno 1, senza facoltà d’uso. Cioè Ilva non può utilizzarlo per produrre.

Significa che l’impianto di Taranto, che in piena attività aveva quattro altoforni ed era la maggiore acciaieria del Paese, ora è ridotta a un nanerottolo. Si stima che la produzione del gruppo si aggiri attorno a 1,5 milioni di tonnellate, meno di un terzo di quanto previsto dal piano.

Il governo e i commissari straordinari hanno risposto con durezza ai magistrati: il ministro dell’Industria Adolfo Urso è arrivato a paventare che l’esito sarà una nuova Bagnoli. Nulla però si è mosso davvero, tranne un rimpallo di carte e responsabilità sugli interventi necessari perchè la struttura non sia compromessa per sempre. Il problema è presto riassunto:

  • l’altoforno ha bisogno di manutenzione periodica;
  • se l’altoforno si spegne non può essere riacceso.

Dopo un ulteriore pronunciamento della Procura, purtroppo non entro le 48 ore chieste dal gruppo per evitare problemi all’impianto, Ilva è potuta intervenire per mettere l’altoforno 1 a “dormire” o meglio in “quiescenza”.

L’impianto resta inutilizzato ma facendo in modo che non si spenga del tutto. In attesa di capire che cosa vorrà fare il potenziale acquirente Baku. L’unico rimasto dopo la scremature delle manifestazioni interesse da parte di commissari e ministero dell’Industria.

Chi scrive non è certo un ingegnere e va da sè che la sicurezza degli impianti e chi lavora debba avere la priorità su tutto. Viene però da chiedersi come si possa essere fatto un pasticcio simile con una azienda che in passato era un big del suo settore.

Viene da chiedersi se davvero Baku pagherà per mettere le mani sulla carcassa industriale dell’Ilva e quanti soldi sarà pronta a investire per rinnovarla. Con quali tempi e con quante persone in cassa integrazione a spese di noi contribuenti. Nel frattempo il Paese resterà a corto di acciaio, costretto a importarlo.

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