Mare e porti

Navi e porti pronti ad adattarsi anche alla crisi di Hormuz

Secondo il Presidente di Federagenti, Paolo Pessina, l'elasticità dello shipping consentirà di trovare a breve soluzioni alternative

petrolifere golfo hormuz Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI
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“Mi rendo conto di nuotare contro corrente, ma pur riconoscendo la gravità della crisi in Golfo Persico e quindi  la criticità dello stretto di Hormuz (attraverso il quale tuttavia un numero non meglio precisato di navi petroliere, specie se dirette in Cina, sta transitando), mi sento di affermare che lo shipping (navi, compagnie di navigazione, porti e noi agenti marittimi) una volta di più saprà rispondere all’emergenza con l’elasticità e la capacità di adattamento che ha dimostrato anche in tempi recenti”.

E’ quanto ha affermato oggi il Presidente della Federazione agenti marittimi, Paolo Pessina, intervenendo a gamba tesa sulla situazione nel Golfo persico e sul rischio di chiusura di Hormuz. E mentre da un lato si diffondono le voci circa un possibile attacco di truppe di terra all’Isola Karg, terminale strategico attraverso il quale l’Iran esporta la maggioranza del suo greggio, mentre in Israele circolano con insistenza date di una possibile conclusione del conflitto, la categoria che per tradizione svolge un ruolo di sentinella sui traffici mondiali via mare, lancia messaggi rassicuranti sulla capacità dello shipping di far fronte alla crisi in atto.

Secondo Pessina, “è accaduto con la guerra fra Russia e Ucraina, si è ripetuto nel Mar Rosso dove le navi sono state per mesi bersagliate dai ribelli Houthi dello Yemen, accade più spesso di quanto si pensi su rotte strategiche dove l’attività della nuova pirateria presenta un andamento ciclico. In tutti i casi le aziende impegnate sulle rotte dei traffici marittimi hanno saputo trovare alternative, affrontare difficoltà operative, riposizionare la loro organizzazione e il loro network”.

“Oggi – afferma Paolo Pessina, presidente di Federagenti – non possiamo permetterci di sottovalutare la crisi in atto, ma vorrei ricordare per quanti giorni, più di quattro mesi, la più importante via d’acqua del mondo, quella del Canale di Suez, sia stata costretta a ridimensionare drasticamente i transiti a causa dei missili dallo Yemen, e come dal 1967 al 1975 il Canale sia stato chiuso totalmente. Hormuz è senza ombra di dubbio un choke point di valore strategico planetario, e oggi le più di mille navi bloccate (per un valore complessivo al netto dei carichi che trasportano) superiore ai 40/50 miliardi di dollari non possono non generare allarme. Ma nelle centrali delle grandi compagnie armatoriali, anche con il contributo delle nostre agenzie marittime, sono già allo studio soluzioni alternative, ben sapendo che il fattore tempo risulterà determinante”.

Secondo gli agenti marittimi pensare che il metodo selettivo applicato dall’Iran e dai suoi Pasdaran possa reggere a lungo, consentendo il transito solo alle navi considerate di Paesi amici, come la Cina, è una pura utopia“. In uno tratto di mare stretto 33 chilometri, l’idea del semaforo per le navi, che Teheran sembra perseguire, non può reggere e anche l’impiego di navi militari della Nato o di Paesi europei, a protezione delle navi petroliere, gasiere, porta-container, risulta di difficile applicazione. Improponibile poi per le navi passeggeri (nel Golfo sono bloccate cinque navi da crociera) che risulterebbero per l’Iran un bersaglio troppo eclatante per non provare di trasformarle in bersagli.

E secondo Federagenti gli interessi (basti pensare al petrolio e al gas e all’economia di tutti i Paesi che sul Golfo si affacciano) “sono di tale magnitudo che ben difficilmente la comunità mondiale non troverà una soluzione operativa”.

 

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