La pandemia sta isolando i giovani: riscopriamo in famiglia le pause offline

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Negli adolescenti vi è sempre stata una forte spinta verso il gruppo dei pari che viene percepito come una nuova famiglia alla quale si desidera appartenere ricercandone il consenso: l’etica del gruppo influenza, quindi, i principi e il senso del limite del singolo individuo in formazione. Questo impulso nella direzione del branco, con il conseguente sottostare alla sua dittatura, è sentito soprattutto da quei giovani che hanno fatto esperienza, fin dalla prima infanzia, di vuoti di orientamento generati da una mancata relazione di attaccamento con i genitori.

La genitorialità si esprime nella relazione che il genitore crea istintivamente con il figlio al fine di curarlo, accudirlo e gradualmente, attraverso questa dipendenza, permettergli di acquisire la vera autonomia frutto di una maturazione psicologica che lo porterà a scoprire la propria individualità. Tale maturazione è la fondamentale premessa per una socializzazione autentica che gli consenta di andare incontro al gruppo dei pari conservando la sua identità.

Ma cosa accade ai giovani orfani della possibilità di sperimentare una socializzazione autentica, derivante dalle restrizioni che l’emergenza sanitaria ha imposto loro?

Cosa accade ai giovani che in questi mesi sono obbligati a vivere, quotidianamente, online?

Già in passato la rete aveva accresciuto l’ansia, tipica degli adolescenti sempre sui social, di essere esclusi dal proprio gruppo: questa paura di perdersi qualcosa era stata ribattezzata Fomo, dall’acronimo Fear of missing out cioè la paura di essere tagliati fuori dai flussi di comunicazione. Questo a riprova di come le relazioni coltivate sul web stiano generando una sorta di solitudine elettronica che colpisce, soprattutto, i ragazzi che rischiano, inoltre, di essere vittime delle insidie che nel mare magnum del web si celano.

Nel mondo virtuale si possono trovare siti pro-ana che istigano alle condotte anoressiche, aumentate durante il lockdown sebbene, già in precedenza, i disturbi del comportamento alimentare rappresentassero la prima causa di morte per malattia nelle ragazze fra i 12 e i 25 anni. Online i giovani possono anche imbattersi nei siti che promuovono il satanismo: in Italia esistono più di cinquecento sette sataniche che reclutano in rete giovani adepti, di età compresa fra i quattordici e i sedici anni, da sottoporre ad abusi sessuali o a violenze fisiche e psicologiche.

Navigando nel web i ragazzi possono trovare video che inneggiano all’autolesionismo: il cutting, ad esempio, è una condotta consistente nel provocarsi tagli mediante l’utilizzo di lamette o altri oggetti affilati come coltelli, frammenti di vetro, forbici ed è di questi giorni la notizia di due giovani ricoverati in ospedale dopo essersi sfregiati in volto. Molti giovani sviluppano in rete la dipendenza al gioco d’azzardo, attirati dai gestori di questo business illegale con l’esca dei facili guadagni che induce a cliccare su un link per accedere a siti di scommesse a pagamento o di tornei di poker. Inoltre la mancata richiesta, in molti casi, degli estremi del documento d’identità e la possibilità di pagare tramite l’addebito sul conto telefonico hanno reso il gambling, cioè la dipendenza dal gioco online, una vera e propria emergenza sociale.

Sarebbe necessario, in questo periodo di isolamento forzato, cercare di cogliere l’opportunità che tale condizione offre alle famiglie e cioè quella di rallentare insieme, al fine di permettere a un genitore di porsi all’ascolto del figlio. Educare alla pausa offline, rintracciando il tempo necessario per costruire relazioni educative che permettano ai ragazzi di avere accanto qualcuno con cui confrontarsi, con cui meditare sui propri desideri, sulle proprie insicurezze, senza sentirsi soli, allenarsi per attuare la slow tech al fine di perdersi in riflessioni familiarizzando con il vuoto e il silenzio che inducono a connettersi, finalmente, con se stessi.

Coltivare il dialogo con i giovani in un ambiente familiare disconnesso, dove prendersi una pausa per alimentare le relazioni all’insegna della lentezza, rendendo i nostri figli maggiormente felici se è vero che, come ha evidenziato una ricerca della Social Media Use and Children’s Wellbeing, i ragazzi di età compresa fra i 10 e i 15 anni che spendono un’ora collegati ai social riducono del 3 per cento la loro probabilità di essere felici. Cerchiamo, dunque, di aiutare i nostri figli ad affrontare l’isolamento, che la pandemia ha imposto loro, con lunghe pause in cui spegniamo i dispositivi digitali e accendiamo il dialogo.

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