
Qui al bar, per definizione, capiamo poco di grande arte, specie contemporanea. Ma qualcosa sulla libertà lo sappiamo. Per questo cominciamo a diffidare della versione sovranista dell’egemonia culturale. Quella che, per anni, i conservatori hanno contestato ai progressisti. Caso Biennale: la destra ha da tempo contratto un debito morale nei confronti degli intellettuali d’area; decide – comprensibilmente – di premiare quelli più organici, lasciando a secco, ad esempio, il “ribelle” Marcello Veneziani; e alla presidenza della Biennale di Venezia mette Pietrangelo Buttafuoco; ma siccome Buttafuoco non è un politico, bensì un intellettuale, e siccome sarà stato pure organico al melonismo, ma non è un lacchè, da presidente della Biennale decide di compiere una scelta coerente con le sue idee, tornando ad accogliere anche la Russia (e Israele), insieme a un’altra miriade di Paesi che del rispetto dei diritti umani non fanno esattamente una bandiera.
A quel punto, però, la destra di governo si indigna; il ministro della Cultura ritira il suo rappresentante, manda gli ispettori, rilascia interviste in cui accusa l’uomo messo dall’esecutivo di aver combinato un “pasticcio”, senza contare le settimane di insinuazioni sul fatto che Buttafuoco avesse violato le sanzioni contro Mosca. Alla fine, sembra che il padiglione resterà chiuso al pubblico; e se di pasticcio si tratta, il pasticcio è di chi crede che la guerra, peraltro mai dichiarata dall’Italia, debba passare attraverso l’arte.
Il punto, però, è che se l’egemonia culturale in versione conservatrice dev’essere questa, è meglio non averla affatto: qualcuno pensa che nominare un intellettuale di riferimento significhi che costui poi debba attenersi all’agenda governativa? Come un parlamentare riempilista, che siede in Aula per schiacciare bottoni a comando? L’egemonia è costruire un pensiero, oppure distribuire premi ai fedelissimi? E quando non sono abbastanza fedeli, mazzolarli? C’è chi dubita che sia possibile costruire davvero un’egemonia, del tipo di quella dei comunisti di una volta. Noi non sapremmo cosa pensare; ma se questa è egemonia, di sicuro, con la cultura, non ha niente a che fare. E nemmeno con la libertà.
Il Barista, 4 maggio 2026
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