
Qui al bar eravamo in trepidante attesa che, dagli Epstein files, spuntasse finalmente uno scandalo capace di abbattere Donald Trump. Si era detto che le pagine compromettenti fossero finite in mano ai servizi israeliani e che, per questo, il tycoon era stato costretto a inseguire Benjamin Netanyahu in una guerra controproducente all’Iran. Ultimamente, i media hanno provato a tirare fuori nuove ombre, aggrappandosi ad alcune dichiarazioni di Melania. Fatto sta che, ancora una volta, lo scandalo del finanziere pedofilo ha invece colpito a sinistra.
Si è scoperto infatti che il ministero degli Esteri britannico, pur di conferire a Peter Mandelson (pesantemente coinvolto nello scandalo Epistein) l’incarico di ambasciatore negli Stati Uniti, ha ignorato il parere dei servizi di sicurezza: Mandelson non aveva superato gli accurati controlli preventivi delle autorità, a differenza di quanto il premier laburista, Keir Starmer, aveva affermato dinanzi al Parlamento, al quale aveva provato a rifilare la storiella che la nomina fosse scattata dopo che Mandelson era riuscito a raccontargli “un mucchio di frottole” sul suo rapporto con Epstein, che ovviamente Mandelson aveva provato a ridimensionare.
Per prima, dopo questa clamorosa rivelazione, è saltata la testa del sottosegretario permanente del Foreign Office, sir Oliver Robbins. Ma Starmer, già politicamente decotto, adesso cammina veramente sul filo. E non è escluso che debba lasciare Downing Street. Così, mentre aspettiamo che Israele sputtani Trump, assistiamo alla caduta di un altro esponente di spicco del progressismo globale, che peraltro con Donald non ha proprio un gran bel rapporto. “Non è Churchill”, aveva ironizzato il presidente americano. No, decisamente no.
Il Barista, 17 aprile 2026
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