C’è una frase, forse buttata lì quasi per caso, che racconta meglio di mille analisi sociologiche il clima che si respira oggi in certe piazze italiane. L’ha raccontata Davide D’Aloiso ieri sera a Quarta Repubblica. Il giornalista era a Torino per seguire la manifestazione pro-Askatasuna, sfociata nella consueta rivolta dei violenti con tanto di poliziotto pestato. Ebbene, una signora sui cinquant’anni, vestita bene, aria tranquilla, che si avvicina ai poliziotti poco prima che scoppi l’inferno e dice: “Forse oggi facevate meglio a mettervi in ferie”. Non un black bloc col passamontagna, non un ragazzo esagitato. Una donna qualunque. Normale. Rispettabile. È lì che si capisce tutto.
Torino, Porta Susa, Porta Nuova, Palazzo Nuovo. Migliaia di persone in piazza contro lo sgombero di Askatasuna. Quindicimila secondo le autorità. Nomi noti, fumettisti impegnati, parlamentari della sinistra radicale. Una manifestazione che si presenta come pacifica, colorata, democratica. Poi, come sempre, accade la magia nera: improvvisamente i volti si coprono, spuntano scudi artigianali, bastoni, pietre. Alla testa del corteo si piazzano loro, i professionisti del caos. Non quattro gatti: almeno millecinquecento black bloc, il triplo di quelli che devastarono Milano all’Expo del 2015. Lingue straniere, francesi, inglesi. Una cinquantina di fermati non italiani. Altro che spontaneità.
E mentre partono bottiglie, razzi, spranghe contro le forze dell’ordine, mentre un agente viene pestato a terra da un branco, c’è quella frase che resta sospesa nell’aria come una sentenza morale: “Facevate meglio a mettervi in ferie”. Non è solo una provocazione. È quasi una dichiarazione di ostilità. È l’idea che chi indossa una divisa non sia una persona, ma un ostacolo, un bersaglio legittimo. È il segno di un clima culturale che precede e accompagna la violenza.
Certo, i colpevoli materiali vanno puniti. Ci mancherebbe. Ma davvero vogliamo continuare a raccontarci la favola che la responsabilità finisca lì? Davvero chi assiste, incita, applaude, giustifica è moralmente innocente? È una parola scomoda, responsabilità morale. Ma ogni tanto va usata, se non vogliamo vivere nell’ipocrisia permanente. Anche perchè in queste ore sui social stiamo leggendo fesserie di ogni tipo, tra congetture e fake news per screditare la divisa. E attenzione: non parliamo dei soliti soloni, leoni da tastiera senza nulla da fare. Di mezzo ci sono anche giornalisti e politici, pronti a tutto pur di coccolare i “pacifici”.
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E non è nemmeno la prima volta. Gli stessi ambienti, gli stessi gruppuscoli, hanno già sequestrato un carabiniere durante le vicende No Tav, restituendolo talmente massacrato da impedirgli di tornare in servizio. Da mesi urlano il loro odio contro i poliziotti, promettono vendetta, invocano la rivolta. Poi però, quando la violenza esplode, eccoci con il solito copione: mele marce, infiltrati, responsabilità individuali. Tutti gli altri anime candide.
No, quella piazza non è moralmente innocente. Quella signora che suggerisce le ferie ai poliziotti è il volto pulito del ventre molle che protegge la delinquenza di branco. È lo scudo umano che consente ai violenti di agire, sapendo che qualcuno li giustificherà, minimizzerà, sposterà l’attenzione. Questo è il clima di oggi. Un clima in cui la violenza viene preparata prima ancora che agita, normalizzata, resa accettabile. E poi ci si stupisce se qualcuno finisce in ospedale. O peggio.
Franco Lodige, 3 febbraio 2026
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