Qui al bar non vediamo l’ora che finiscano gli esami di maturità e che si portino via le polemiche degli studenti-attivisti. Prima quello che non dà l’orale per protesta contro il sistema dei voti; poi quella che fa scena muta perché i professori non sono mai stati interessati a “conoscerla”; poi la ragazza che scrive alla presidente della commissione per rimproverarle di averla “umiliata” e di averle “distrutto un ricordo irripetibile”, come se l’esame fosse un soggiorno in un resort e gli insegnanti un team di inservienti addetti a rendere l’experience memorabile. Il ministro Valditara ne ha fatta una giusta e ha chiarito che chi rifiuterà di sostenere la prova orale verrà bocciato. Ma intanto il dramma educativo è sotto gli occhi di tutti: abbiamo cresciuto generazioni di viziati, ragazzi che credono che tutto sia loro dovuto; con la scusa della sensibilità, li abbiamo indotti a concepire le normali esperienze della vita, fatta pure di delusioni, come traumi da quali hanno il diritto di essere protetti e schermati. Condannandoli all’etera trafila della terapia, che fa bene, fa scoprire sé stessi, apre un percorso – destinato a non essere mai chiuso? Pazienti perenni, più che agenti. “Pussy generation”, diceva Clint Eastwood: generazione di fighette. Ma qui scadiamo nel politicamente scorrettissimo. E io, che preparo il caffè e non sono uno chef famoso, non mi posso permettere di scegliermi la clientela di non comunisti…
Il Barista, 10 luglio 2025
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